Produzione editoriale

Pubblicazioni varie

a

prima edizione aprile 2011

formato 26,5x21 cm

pp. XX+208

euro 30,00 (IVA inclusa)

ISBN 978-88-6379-022-1

  

Presentazione di Francesca Casamassima

Presentazione di Alfredo Malcarne

Presentazione di Eliseo Zanasi

Presentazione di Domenico Menniti


Indice

Ringraziamenti


modulo di ordinazione

 

AIPAI (Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale)
Ministero dei Beni Culturali - Archivio di Stato di Brindisi
CNR-IBAM (Consiglio Nazionale delle Ricerche )

'Qui… dove la terra finisce e il mare comincia'
Memoria e immagine dell'impresa
Catalogo della mostra (Brindisi, 2011)

 

Il verso dei Lusitani che dà il titolo alla mostra non è solo un suggestivo espediente letterario. Esso descrive la condizione di Brindisi e delle sue attività produttive durante il corso di quasi due secoli, i caratteri che presiedono al suo sviluppo urbano e a quello del suo retroterra rurale. Ne emerge una vicenda ricca ed articolata, che mostra come la Puglia, il Salento, realizzino un percorso storico solo in parte accomunabile a quello di altre aree dell'Italia del Sud, come la stessa questione meridionale abbia bisogno di essere rimodulata alla luce dei nuovi risultati della ricerca documentaria, ma anche dell'indagine sul campo, sui reperti materiali (documentazione archivistica e fotografica, edifici, prodotti) che la sua storia produttiva ha sedimentato nel corso del tempo.
La tensione terra/mare scandisce, infatti, una sequenza plurisecolare e si riempie di nuove articolazioni e significati proprio negli ultimi centocinquanta anni. È questo non solo il frutto della storia, ma anche e soprattutto della geografia. I fondali adriatici, le insenature in cui si articola il litorale, le relazioni che il mare, stretto tra occidente e oriente, permette di imbastire, rappresentano infatti costanti di lungo periodo. Esse giocano un ruolo nuovo e diverso a partire dall'Ottocento, quando lo sviluppo dei traffici internazionali rende strategica la posizione di Brindisi e porta ad un potenziamento del porto sia per quello che riguarda il trasporto delle merci che per ciò che concerne quello dei passeggeri. In questo quadro le stesse produzioni tradizionali di terra assumono un diverso ruolo. La rete di attività tradizionali dell'area che gravita su Brindisi, che nel terzo ventennio del Novecento entrerà a far parte della nuova provincia, non differisce dalle manifatture tradizionali presenti nei diversi territori italiani, meridionali e non. Si tratta di strutture di produzione legate alle esigenze locali, destinate a rifornire mercati vicini e strutturate secondo le architetture urbano-territoriali determinate dalla gerarchia tra i diversi centri presenti nel territorio, con funzioni sempre più specializzate via via che si giunge al vertice della piramide, alla città dominante. E, tuttavia, quando si esaminano le attività legate al contesto rurale che gravita su Brindisi emerge come ce ne siano due assolutamente prevalenti e presenti in modo diffuso: la produzione e il commercio delle uve e dei vini e la produzione e il commercio delle botti. Il vino è destinato ai mercati lontani, è una merce di esportazione, che ha bisogno di contenitori che ne consentano il trasporto e la conservazione. Emerge da ciò il ruolo della città e del suo porto. Essi sono il tramite attraverso cui il vino esce dal territorio. Il mare, già in questo caso, rappresenta la possibilità in più che viene messa a disposizione dei produttori. L'accessibilità e la percorribilità del mare rappresentano un elemento cardine che consente alla produzione di trovare sbocchi e che alimenta il flusso finanziario che consente la sopravvivenza della popolazione e l'accumulazione di ricchezza. Ciò, però, non basta a definire il rapporto della città col mare nel corso dell'età contemporanea, non giustifica il potenziamento e lo sviluppo delle infrastrutture marittime e delle attività connesse. Tali elementi maturano successivamente e specificamente nel periodo postunitario, quando l'arrivo della ferrovia depotenzia le funzioni tradizionali del porto e la costruzione di un grande Stato nazionale rafforza nuove aspirazioni e antiche vocazioni. Il vino, infatti, comincia ad essere trasferito via terra, attraverso le strade ferrate, mentre comincia ad affermarsi la spinta al rapporto con l'Oriente, rapporto non solo politico e diplomatico, di zone d'influenza, ma anche economico e mercantile. Si definisce una linea di politica internazionale e commerciale che vede nei Balcani meridionali uno sbocco per le merci italiane, rafforzata da una cultura diffusa che assume il fascino dell'esotico come una delle direttrici del nascente turismo culturale, che tende sempre più a perdere i caratteri elitari settecenteschi e del primo Ottocento.
L'Adriatico e le sue sponde sono viste, sempre più, come area di naturale influenza dell'Italia, in concorrenza con i decadenti imperi austro-ungarico ed ottomano. Elemento permissivo di tale politica ed ispirazione culturale è rappresentato dall'affermarsi delle politiche protezioniste, che impone una ricerca continua di materie prime, di sbocchi commerciali nuovi, di possibilità d'investimento. Brindisi assume un ruolo centrale in questo disegno che contraddistingue un periodo che va dagli anni Ottanta del XIX secolo a tutto il fascismo e che continua a mantenere, sia pure con varianti significative, una sua capacità attrattiva anche nel secondo dopoguerra. Da ciò il potenziamento delle attività di mare e sul mare, l'importanza delle società di navigazione, delle agenzie, delle attività di carico e di scarico di merci, di assistenza ai viaggiatori. È in questi anni che la città acquisisce, non solo sul piano retorico, la funzione di "porta d'oriente".
Ma il mare non è solo un tramite, un elemento di comunicazione, il luogo dove è bene localizzare grandi attività industriali, non fosse altro per rifornirle di materie prime e per trovare veloci sbocchi commerciali a est, esso si configura anche come una risorsa. Non si tratta solo dei prodotti del mare – la pesca e la mitilicoltura – ma anche dell'insieme delle attività legate al raddobbo del naviglio, alla cantieristica e alle attività balneari, alla rete di stabilimenti e di servizi che quest'ultimo settore induce.
Lo sfruttamento delle risorse locali, l'apertura al mercato nazionale ed internazionale, la rete di servizi che la presenza di un grande porto e di una diffusa attività di traffici e commerci attiva, rappresentano le condizioni che permettono all'imprenditoria locale di svilupparsi, che le consentono di confrontarsi con i contemporanei processi economici che attraversano il paese.
A tali percorsi corrispondono quelli che abbiamo definito, in una sezione della mostra, "capitani coraggiosi", figure che operano combinando materie prime dell'agricoltura, spesso residui di lavorazioni "più pregiate", e tecniche innovative. Le imprese sorgono grazie ad una molteplicità di iniziative e di interessi che consentono compensazioni in grado di resistere alle congiunture sfavorevoli di mercato. Agricoltura, manifattura, servizi spesso si intrecciano, costruendo aggregati aziendali in cui convivono molteplici attività. È una classe imprenditoriale non rinchiusa nel territorio, che mantiene un'antica abitudine al commercio a distanza, che comprende le nuove opportunità che gli strumenti di comunicazione e di circolazione di informazioni mettono in moto a partire da inizi Novecento. Si tratta di quell'insieme di strumenti che sono rappresentati dalla pubblicità, dalle fiere e dalle esposizioni provinciali, nazionali e internazionali, che non sempre sono state sufficientemente indagati in sede scientifica e che, invece, costituiscono una spia per comprendere la diffusione delle culture d'impresa, i processi di modernizzazione che attraversano l'insieme del paese, i rapporti di scambio che si costruiscono con servizi evoluti che spesso hanno sedi lontane. La cura che viene data all'immagine dell'impresa (le etichette, la pubblicità, il packaging) è l'indice di come crescono, anche tramite questi strumenti, i processi di integrazione del paese, la costruzione del mercato nazionale, ma anche un'imprenditorialità diffusa, partecipe di valori e culture comuni e collegata da un reticolo intenso di relazioni.
Il sottotitolo della mostra, che specifica il verso di Camoes, fa riferimento non solo all'immagine, ma anche alla memoria. È un termine, oggi, spesso abusato. È il sintomo del disagio che la velocità dei cambiamenti, sempre più frequentemente, crea. In pochi decenni i punti di riferimento tradizionali e condivisi sono stati travolti da mutamenti radicali. Ciò non riguarda solo le culture diffuse, i consumi, le certezze di futuro costruite nel corso di oltre un secolo, ma gli stessi luoghi fisici in cui si svolgevano le attività produttive, lo stesso volto delle città. Oggi le sedi della produzione hanno spesso perso il loro significato, si sono trasformate in criticità del tessuto urbano, lacerazioni non più inserite nel contesto, luoghi di degrado destinati alla distruzione o a modificazioni destinate a renderne illeggibile la funzione originaria. Questa ansia iconoclasta e distruttiva rischia di annullare lo spessore del tempo, di trasformarlo in un eterno presente. Minaccia anche di corrodere le identità locali, di ridurle a comunità senza anima. Il passato da radice del presente si trasforma così in impaccio, il paesaggio da stratificazione della esperienza umana – da leggere con attenzione per comprendere forza e fragilità di un territorio, per capirne vocazioni e potenzialità – diviene un'indistinta sequenza di edifici e di spazi da modificare, semmai sotto la spinta delle posizioni di rendita e delle convenienze speculative. C'è di più: la decadenza di antiche tecniche e saperi si tramuta in un impoverimento culturale diffuso che genera una semplificazione crescente che spesso non è in grado di comprendere la complessità del presente. Per contro il passato assume in molti casi una nuova valenza, diviene forza comunicativa nel momento in cui occorre competere in mercati sempre più ampi. Una lunga storia di produzioni, di tecniche, di saperi del lavoro, di abitudine allo scambio, ai traffici, ai mercati è l'elemento in più che è possibile giocare come valore endogeno di un territorio, ricchezza immateriale che ne rappresenta la specificità e che è possibile trasformare in fattore competitivo. La memoria, quindi, non come radice della nostalgia, del rimpianto di un mondo ormai al tramonto, ma come strumento per programmare il futuro.
A questa memoria si fa riferimento nella mostra, nella convinzione che quanto è rimasto di documentazione di archivio, di immagini, di edifici, di macchine, di processi produttivi, di monumenti della produzione, rappresenti una risorsa evoluta e culturalmente avvertita di un nuovo e possibile sviluppo locale.

Renato Covino
(Presidente AIPAI)