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Patrimonio
industriale
Aipai newsletter
a.
3, n. 05, aprile 2010
EDITORIALE
Il
lavoro come "bene culturale". Archeologia industriale
e turismo
di Roberto Parisi
Il recente dibattito politico-economico sul destino industriale
di Pomigliano d'Arco - città-fabbrica dove nel 1939
sorse uno dei maggiori poli aeronautici d'Europa - meriterebbe
una riflessione critica più ampia rispetto alle argomentazioni
che animano i tavoli di contrattazione o alle cronache che
ancora riescono ad impegnare le maggiori testate giornalistiche.
Una riflessione che coinvolga nuovamente i maîtres à
penser intorno al tema della fabbrica intesa come spazio per
lavorare e in particolare della memoria storica del lavoro,
divenuta sempre più labile e sempre più oggetto
di anacronistiche sublimazioni ideologiche o di persuasive
evocazioni estetiche.
Da qui, forse, deriva anche la necessità di interrogarsi
sul senso di molte azioni di salvaguardia di archivi e di
manufatti storici e di programmi e progetti di valorizzazione
turistica.
Da questo punto di vista, se il lavoro fosse inteso solo
come un'attitudine o una pratica oramai a rischio di estinzione,
da sublimare in un valore testimoniale d'interesse culturale
e quindi da salvaguardare nella prospettiva di una sua rivalutazione
in chiave turistica, una riflessione intorno a questo tema
potrebbe risultare sterile, se non addirittura offensiva,
sul piano etico, nei riguardi di quella parte sempre più
consistente della società, talmente segnata da condizioni
di profonda difficoltà occupazionale e di generale
confusione ideologica, da essere identificata, secondo una
recente ma già consolidata storiografia, come una
"società senza lavoro".
Considerare il lavoro come un bene culturale significa ad
esempio riconoscere in esso un valore storico di ineludibile
importanza per comprendere il paesaggio, che va inteso, attingendo
alla Convenzione Europea di Firenze (2000), come "quella
parte di territorio [
] il cui carattere deriva dall'azione
di fattori naturali [e] umani e dalle loro interazioni"
e la cui lettura critica non può più fondarsi
contrapponendo una storia dei lavoratori a quella degli imprenditori,
entrambe, invece, necessarie per ricostruire l'evoluzione
di un territorio, come della comunità che lo abita
o lo ha abitato.
Tuttavia, il rischio insito in un percorso di ricostruzione
storica del paesaggio non è tanto quello di favorire
un processo di sublimazione in chiave estetica di porzioni
di territorio dove maggiormente è avvertito il pericolo
di estinzione dell'homo faber, ma piuttosto di legittimare
strategie di azzeramento della memoria del lavoro o di una
sua particolare dimensione.
Si dovrebbe invece ricondurre il dibattito, dalla più
generale questione della crisi occupazionale, che si vuole
di dimensione planetaria, a quella più circostanziata
condizione che oggi attanaglia in prevalenza una parte delle
società di antica industrializzazione, da non leggere
acriticamente come la fine del lavoro toutcourt, ma come un
nuovo processo di mutazione di determinate categorie e tipologie
di lavoro: ad esempio la perdita di quelle "garanzie"
conquistate nel secolo breve o la ricomposizione strumentale
di forza-lavoro socialmente e politicamente inerme.
Al tempo stesso si potrebbe ridimensionare l'idea, o addirittura
il mito, del potere fagocitante della macchina o del trionfo
assoluto dell'automazione sul lavoro manuale nell'età
della presunta "Qualità totale", in modo
da riportare la riflessione critica sui fenomeni reali, piuttosto
che sulle percezioni o sulle proiezioni statistiche, rivendicando
la necessità di rileggerli in una prospettiva storica
e di offrirne una interpretazione storiografica metodologicamente
trasparente.
Porre la centralità della storia del lavoro nelle politiche
di salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali e del
paesaggio - come suggerisce il "codice Urbani" -
significa anche considerare il turismo come un comparto strategico
della crescita economica e culturale di un paese.
Il turismo dovrebbe però assumere una specifica connotazione
culturale, rispetto a quello più generico "per
lo svago ed il tempo libero". Laddove, infatti, il turismo
in generale deve attrarre e captare "clienti" attraverso
adeguate dotazioni infrastrutturali di accoglienza e specifiche
forme di marketing territoriale per veicolare il consumo di
tipologie opportunamente differenziate di prodotti locali,
il turismo culturale dovrebbe ricercare e impegnare "persone",
offrendo loro percorsi di educazione e di conoscenza alternativi
o comunque integrativi rispetto ai tradizionali canali di
apprendimento. il profitto in questo secondo caso non è
sempre monetizzabile, così come analisi e report di
tipo quantitativo non sempre possono coincidere con quelle
di tipo qualitativo, sul piano delle ricadute reddituali ed
occupazionali.
Su questi temi l'archeologia industriale può offrire
delle opportunità per pensare, prima ancora di agire.
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