Produzione editoriale - RIVISTE

Patrimonio industriale. Notiziario semestrale a cura dell'Associaziome per il Patrimonio Archeologico Industriale

Edizione 2010
euro 18,00 (i.i.)
pp. 128
ISSN 2037-2353


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Patrimonio industriale
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a. 3, n. 05, aprile 2010


EDITORIALE

Il lavoro come "bene culturale". Archeologia industriale e turismo
di Roberto Parisi


Il recente dibattito politico-economico sul destino industriale di Pomigliano d'Arco - città-fabbrica dove nel 1939 sorse uno dei maggiori poli aeronautici d'Europa - meriterebbe una riflessione critica più ampia rispetto alle argomentazioni che animano i tavoli di contrattazione o alle cronache che ancora riescono ad impegnare le maggiori testate giornalistiche. Una riflessione che coinvolga nuovamente i maîtres à penser intorno al tema della fabbrica intesa come spazio per lavorare e in particolare della memoria storica del lavoro, divenuta sempre più labile e sempre più oggetto di anacronistiche sublimazioni ideologiche o di persuasive evocazioni estetiche.
Da qui, forse, deriva anche la necessità di interrogarsi sul senso di molte azioni di salvaguardia di archivi e di manufatti storici e di programmi e progetti di valorizzazione turistica.
Da questo punto di vista, se il lavoro fosse inteso solo come un'attitudine o una pratica oramai a rischio di estinzione, da sublimare in un valore testimoniale d'interesse culturale e quindi da salvaguardare nella prospettiva di una sua rivalutazione in chiave turistica, una riflessione intorno a questo tema potrebbe risultare sterile, se non addirittura offensiva, sul piano etico, nei riguardi di quella parte sempre più consistente della società, talmente segnata da condizioni di profonda difficoltà occupazionale e di generale confusione ideologica, da essere identificata, secondo una recente ma già consolidata storiografia, come una "società senza lavoro".
Considerare il lavoro come un bene culturale significa ad esempio riconoscere in esso un valore storico di ineludibile importanza per comprendere il paesaggio, che va inteso, attingendo alla Convenzione Europea di Firenze (2000), come "quella parte di territorio […] il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali [e] umani e dalle loro interazioni" e la cui lettura critica non può più fondarsi contrapponendo una storia dei lavoratori a quella degli imprenditori, entrambe, invece, necessarie per ricostruire l'evoluzione di un territorio, come della comunità che lo abita o lo ha abitato.
Tuttavia, il rischio insito in un percorso di ricostruzione storica del paesaggio non è tanto quello di favorire un processo di sublimazione in chiave estetica di porzioni di territorio dove maggiormente è avvertito il pericolo di estinzione dell'homo faber, ma piuttosto di legittimare strategie di azzeramento della memoria del lavoro o di una sua particolare dimensione.
Si dovrebbe invece ricondurre il dibattito, dalla più generale questione della crisi occupazionale, che si vuole di dimensione planetaria, a quella più circostanziata condizione che oggi attanaglia in prevalenza una parte delle società di antica industrializzazione, da non leggere acriticamente come la fine del lavoro toutcourt, ma come un nuovo processo di mutazione di determinate categorie e tipologie di lavoro: ad esempio la perdita di quelle "garanzie" conquistate nel secolo breve o la ricomposizione strumentale di forza-lavoro socialmente e politicamente inerme.
Al tempo stesso si potrebbe ridimensionare l'idea, o addirittura il mito, del potere fagocitante della macchina o del trionfo assoluto dell'automazione sul lavoro manuale nell'età della presunta "Qualità totale", in modo da riportare la riflessione critica sui fenomeni reali, piuttosto che sulle percezioni o sulle proiezioni statistiche, rivendicando la necessità di rileggerli in una prospettiva storica e di offrirne una interpretazione storiografica metodologicamente trasparente.
Porre la centralità della storia del lavoro nelle politiche di salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali e del paesaggio - come suggerisce il "codice Urbani" - significa anche considerare il turismo come un comparto strategico della crescita economica e culturale di un paese.
Il turismo dovrebbe però assumere una specifica connotazione culturale, rispetto a quello più generico "per lo svago ed il tempo libero". Laddove, infatti, il turismo in generale deve attrarre e captare "clienti" attraverso adeguate dotazioni infrastrutturali di accoglienza e specifiche forme di marketing territoriale per veicolare il consumo di tipologie opportunamente differenziate di prodotti locali, il turismo culturale dovrebbe ricercare e impegnare "persone", offrendo loro percorsi di educazione e di conoscenza alternativi o comunque integrativi rispetto ai tradizionali canali di apprendimento. il profitto in questo secondo caso non è sempre monetizzabile, così come analisi e report di tipo quantitativo non sempre possono coincidere con quelle di tipo qualitativo, sul piano delle ricadute reddituali ed occupazionali.
Su questi temi l'archeologia industriale può offrire delle opportunità per pensare, prima ancora di agire.

Il volume è gratuito, spese di spedizione incluse, per i soci AIPAI in regola con il versamento della quota 2010.

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