Produzione editoriale - collane

Pubblicazioni dell'Istituto per la storia e cultura di impresa

Edizione 2001
in coedizione con ICSIM
pp. 192
euro 15,49
ISBN 88-87288-11-9

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Guido Bergui
Le acque pubbliche gli acquedotti di derivazione e le utilizzazioni idrauliche del territorio di Terni.

Introduzione
Gino Papuli
Vincenzo Pirro


Guido Bergui ha consegnato il suo nome a un’unica grande opera Le acque publiche di Terni, che ancora oggi, a distanza di quasi settant’anni dalla pubblicazione, conserva il suo valore scientifico e rimane praticamente insuperata. Ne è prova la frequente consultazione che se ne fa nella Biblioteca Comunale di Terni, dove è custodito l’unico esemplare conosciuto, che, naturalmente, ha subìto dei danni, soprattutto nelle tavole topografiche allegate al testo.
A essere precisi, il Bergui pubblicò, sempre per i tipi di Alterocca, anche un volumetto dal titolo Notizie Storico-Tecniche sulla caduta delle Marmore (Terni 1927), ma si tratta della riproduzione dell’omonimo capitolo dell’opera principale, con l’aggiunta di due liriche, La Cascata delle Marmore di Lord Byron, nella traduzione di Diocleziano Mancini, e La Cascata del Velino di tale Alessandro Marasca, oltre alle note bibliografiche e iconografiche. Di questo volumetto non è stato possibile rintracciare l’originale, ma solo una copia fotostatica conservata nell’Archivio di Stato di Terni.
Più volte è stata sollecitata dagli esperti lettori (e in particolare dall’amico Telesforo Nanni) una riedizione dell’opera del Bergui, proprio per andare incontro alle esigenze del pubblico e salvare l’originale, ma solo ora, grazie all’ICSIM, si sono realizzate le condizioni per un’operazione così impegnativa.
Quella che qui si ripropone è un’edizione anastatica del testo, fatta eccezione dell’ultimo capitolo in appendice, dedicato alla legislazione sul regime delle acque, che ormai è del tutto superata e si è ritenuto opportuno eliminare(1).
È apparso superfluo, ai curatori, postillare alcune notizie storiche che il Bergui riporta acriticamente attingendo all’Angeloni o al Silvestri, perché ormai molte verità sono di dominio pubblico, altre facilmente accertabili attraverso la più recente storiografia.
Bergui non era uno storico ma un tecnico, che seppe utilizzare sapientemente la conoscenza del territorio che gli derivava non solo dagli studi ma altresì dall’esperienza professionale. I dati tecnici sono sicuramente attendibili e possono, oltre tutto, costituire il punto di riferimento per verificare i cambiamenti idrografici che sono intervenuti nella valle ternana.
L’iniziativa editoriale è anche un modo per rendere omaggio alla figura di un uomo che si è reso benemerito della patria, restituendolo alla memoria dei suoi concittadini dopo quarant’anni dalla morte.
La biografia di quest’uomo è difficile da ricostruire a causa della scarsezza di documenti e di testimonianze.
Nacque a Terni il 18 gennaio 1885 da Clemente e Luigia Clementoni. Dopo aver conseguito il diploma di perito industriale, si trasferì a Fontana Liri (1907), forse per ragioni di lavoro. Ritornò a Terni, proveniente da Pavia, nel 1914. Alcuni anni più tardi, e precisamente nel 1921, emigrò a Milano(2), dove si unì in matrimonio con Luigia Franceschini. Da Milano si trasferì a Roma, ove conseguì l’abilitazione all’esercizio della professione di ingegnere (ottobre 1935), e di qui nuovamente a Terni, ove si stabilì definitivamente. Lo troviamo iscritto all’Albo degli Ingegneri di Terni nel 1935 come libero professionista(3).
Nel 1936 il Comune di Terni pubblicò la sua opera Le acque publiche di Terni, senza riportare alcuna notizia biografica dell’autore, che sicuramente era già un professionista affermato e stimato.
Vero è che, qualche tempo dopo, il podestà Almo Pianetti, rivolgendosi alla Consulta Municipale, riferì che l’ingegner Bergui, “profondo conoscitore delle condizioni idriche della conca ternana e del bacino Nera-Velino, dette alle stampe una pubblicazione sui corsi d’acqua della zona e sulla loro utilizzazione per irrigazione e forza motrice. Per il valore della pubblicazione, che interessa l’agricoltura e l’industria della plaga ternana, e che vale a mettere in luce i diritti esistenti per le vari concessioni d’acqua, questa Amministrazione ritenne opportuno sostenere le spese di stampa per 300 volumi, spese ammontanti a £ 11.542,75”(4). Noi sappiamo che non è proprio così, che l’opera del Bergui è più complessa e comunque riguarda non solo l’uso agricolo e industriale delle acque ma anche quello civile. Un capitolo, ad esempio, è dedicato alle sorgenti “per pubbliche fonti potabili o per altri publici scopi igienici”.
Questo contribuisce a inquadrare meglio storicamente l’iniziativa editoriale, che cadde in un momento felice della storia di Terni, quando il Comune, sotto la guida di un ingegnere, Almo Pianetti, trovò un’eccezionale stabilità politica e un’insperata disponibilità finanziaria grazie alle quali poté avviare, e concludere nel quadriennio 1932-1936, una serie di importanti opere pubbliche, tra cui il nuovo acquedotto della città e dei centri minori (Papigno, Marmore, Collestatte, Torre Orsina, Cesi, Stroncone) con lo sfruttamento delle sorgenti “La Lupa”, “Peschiera”, “Penna rossa”. Nel 1935 la “città delle acque” celebrò la sua potenza idrica con la costruzione della fontana di piazza Tacito(5).
Nel dopoguerra Bergui fu eletto all’unanimità presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Terni (1945-1953), carica che gli diede maggiore possibilità di contribuire alla ricostruzione della città così duramente colpita dai bombardamenti.
Si dà il caso che, dopo oltre dieci anni di “lodevole esercizio della professione di ingegnere”, Guido Bergui fosse coinvolto in una spiacevole vicenda giudiziaria, da cui uscì onorevolmente. L’accusa era di “esercizio abusivo della professione”, in base alla quale il pretore di Terni, con decreto penale 5 luglio 1947 e poi con sentenza 6 novembre 1948(6), lo condannò alla pena di lire 10.000 di multa e alle spese processuali, ordinando la pubblicazione per estratto del decreto stesso sul giornale “Il Popolo”. In appello venne assolto perché il fatto non costituiva reato, in base al decreto legge 31 agosto 1933 sull’istruzione superiore.
In realtà il Bergui aveva conseguito la laurea in Ingegneria a Lilla (Francia), nella Scuola Politecnica Superiore, titolo, quest’ultimo, non riconosciuto in Italia.
Il Tribunale Penale, con sentenza del 25 maggio 1949, riformò la sentenza del pretore, appellandosi alla citata legge del 1933, che distingueva tra titolo accademico e titolo professionale, ovvero tra “ingegnere” o “dottore in ingegneria” e “ingegnere abilitato”, ammettendo così che la persona abilitata alla professione di ingegnere potesse chiamarsi “ingegnere”(7).
All’epoca del processo Guido Bergui aveva superato l’età di sessant’anni e tuttavia continuò ad esercitare la libera professione e a dare esempio di impegno civile militando nelle file del Partito Repubblicano. Visse ancora molti anni, spegnendosi a Terni il 14 aprile 1961, senza lasciare eredi. Chi ebbe occasione di conoscerlo ricorda che l’ingegnere trascorse gli ultimi tempi della sua vita solo e malato, ospite dell’Albergo “Roma”, in piazza del Popolo, ove gli amici si recavano a trovarlo(8).

L’opera di Bergui ci introduce immediatamente nell’ambiente naturale in cui Terni è sorta e da cui ancora oggi trae la sua “specialità”. Nata dalle acque, la città si è nutrita di questo elemento essenziale della natura che ha saputo utilizzare per uso agricolo e industriale, per irrigare i campi e alimentare gli opifici, ma anche per eccitare la fantasia poetica. Il toponimo latino Interamna indica efficacemente l’abbondanza degli afflussi, nota sin dai tempi più lontani. Plinio afferma che “i Ternani dell’Umbria tagliano i prati quattro volte all’anno, e che questo beneficio lo arreca il Nera che ampiamente li irriga”. E Tacito espresse ammirazione per la rete di canali creata appositamente. Successive conferme delle opere di distribuzione ci vengono da noti storici del Seicento: Francesco Scotto, Giacomo Lauro e – in particolare – Francesco Angeloni, autore di una basilare Storia di Terni (1646) in cui si cantano “gli sparsi campi, e i colli, e le valli, ed anche i monti e le acque”.
Ma, per il rispetto dei fatti, bisogna soprattutto tenere conto dell’intervento ingegneristico del console romano Curio Dentato, il quale, nel 290 a.C., tagliò la rupe dell’altopiano marmorese per far precipitare nel Nera le acque del Velino che impaludavano la pianura di Rieti. Quest’opera non solo creò la Cascata delle Marmore – una delle più celebrate “meraviglie” del mondo – ma accrebbe in maniera imponente il volume idrico defluente a valle. L’unione dei due fiumi – che, come è noto, ha ispirato anche leggende e poemi – attua, in realtà, una convivenza pacifica tra due “coniugi” diversi per aspetto e per comportamento: il Velino è (o, per meglio dire, era) limpido e tuttavia incrostante; il Nera, invece, opalino e povero di limo. Tutto ciò ha, oggi, una rilevanza modesta, data la presenza massiccia di sostanze estranee addotte in ambedue i corsi d’acqua; e, d’altra parte, l’abbondanza dei frutti dell’unione è tale da far tacere ogni voce dissonante.
Nel tempo, all’uso irriguo di tali acque si aggiunse quello di forza motrice per attività produttive di vario genere: a titolo di riferimento, nel 1858 – ossia alla vigilia dell’industrializzazione – erano in funzione, nella piana di Terni, 46 mole da olio, 36 mulini da grano, 2 ramiere, 1 ferriera, 1 lanificio, 1 cotonificio e molte altre imprese minori tra cui gualcherie, concerie e segherie(9). Ciò spiega – assieme alle esigenze agricole – la realizzazione di storici canali di derivazione il cui tracciato ancora oggi è leggibile: Sersimone, Cervino, Staino, Pantano, Pennarossa, Murelle, Raggio Vecchio, Raggio Nuovo, Nerino.
Questa potenzialità energetica non sfugge all’intuito di Paolo Garofoli che, nell’Annuario dell’Accademia Spoletina del 1860, raccogliendo gli echi della rivoluzione industriale, parla di “una immensa forza motrice atta a cambiare Terni in vasto emporeo [sic!] d’ogni sorta di industria […] somministrando speranze, perseveranze e coraggio […] a precipuo elemento dell’umbra dovizia”(10). Pochi anni dopo, infatti, il patrimonio idrico del territorio rende possibile l’installazione della Fonderia Lucowich (1873), della Fabbrica d’Armi (1875) e della Società degli Alti Forni Fonderie e Acciaierie di Terni (1884).
Va chiarito che, in base al sagace progetto di quest’ultimo stabilimento siderurgico, tutto il macchinario era azionato da 129 turbine idrauliche, per una potenza installata che superava i 6.000 cavalli vapore; il che rese necessaria la costruzione di un peculiare “canale motore” della lunghezza di quasi 7 chilometri, con inizio prossimo alla soglia superiore della Cascata delle Marmore, e con una condotta la quale, sottopassando “in sifone” la strada Valnerina, risaliva il monte antistante per poi ridiscendere e fornire, al livello dell’opificio, una pressione di circa 20 atmosfere. Questa soluzione “tutta idraulica” resta – nella storia della tecnologia – un esempio insuperato di utilizzazione energetica delle acque per usi meccanici.
Agli inizi del XX secolo la Società delle Acciaierie iniziò a utilizzare la forza idraulica per la produzione di energia elettrica da destinarsi sia alle proprie occorrenze operative (metallurgiche ed elettrochimiche) sia alla vendita. Dalle prime grandi centrali (1901-1906) a oggi, il sistema idroelettrico Nera-Velino – le cui ramificazioni si spingono, a monte, sino all’Abruzzo e, a valle, sino a Roma – ha assunto un ruolo di primissimo piano nel contesto nazionale.
Come è intuibile dai sintetici e lacunosi cenni esposti, una trattazione organica ed esauriente degli eventi naturali e artificiali che caratterizzano “le acque di Terni” sarebbe stata, per chiunque, un compito arduo e dagli esiti incerti. Negli anni trenta Guido Bergui si è cimentato nell’impresa con l’arma della consapevolezza e del metodo scientifico, avvalendosi degli apporti di altri che avevano, in precedenza, condotto studi su particolari rami del tema generale, e seguendo un percorso fatto di ricerche, analisi critiche, sperimentazioni, notazioni enciclopediche. Il frutto di questa dura e annosa fatica è un’opera polimorfa ed eclettica nella quale all’acqua viene finalmente riconosciuta – senza omissioni, falsi pudori o trionfalismi – la funzione vitale che essa riveste nelle sorti secolari, tecniche e umane, della conca Ternana. I motivi su cui si basa questa constatazione sono molti e non tutti spiegabili in poche parole. Rimandando il lettore a verificare di persona i propri punti di interesse, ci limitiamo a elencare solo alcuni argomenti che ci sembrano di più spiccata valenza.
Molto opportuna e dettagliata è la parte geologica, comprensiva delle vicende tettoniche del complesso fluviale. Ancora più importante è l’analisi delle conseguenze dovute agli interventi dell’uomo: dall’erezione degli sbarramenti fissi e mobili agli inquinamenti civili e industriali (evoluzione delle analisi fisico-chimiche per effetto della rete fognaria e dei processi tecnologici delle fabbriche). Ad esempio, ancora oggi i vecchi ricordano le esalazioni ammorbanti che si levavano dal Nera nell’attraversamento della città, per effetto delle acque di lavaggio provenienti dai gassogeni delle Acciaierie, sino a quando questi non furono aboliti (1953).
Giusto spazio è dedicato alla “moderna” utilizzazione delle acque di superficie, partendo dalla costruzione del canale Nerino cui fa seguito, nel 1886, l’entrata in funzione del già citato canale motore delle Acciaierie. Ma lo sfruttamento sistematico delle disponibilità idriche si ha con quello che potremmo definire il “passaggio dal mulino alla dinamo”, ossia con la conversione dell’energia dinamica dell’acqua in energia elettrica. Le profonde mutazioni che ne derivano sono documentate dal Bergui attraverso un’ampia serie di dati che riguardano il “piano regolatore” del sistema Nera-Velino, il canale artificiale Alto Nera - lago di Piediluco, la centrale di Galleto, la diga di Recentino, e molto altro; senza trascurare i contributi periferici del Salto e del Turano.
Altrettanto degno di interesse è il censimento dei canali di derivazione antichi e moderni, nonché delle “sorgentine”, delle portate ausiliarie delle falde freatiche, degli acquedotti locali. Da questi dati apprendiamo, tra l’altro, che nel 1936 erano note 66 sorgenti – tutte perenni meno 3 – con portate che andavano da 0,01 a 4,5 metri cubi al secondo.
Non meno nutrito è il capitolo dedicato agli aspetti legislativi e normativi: tema particolarmente complesso per le variazioni succedutesi nel tempo a seguito dei cambiamenti negli assetti politici e amministrativi della nazione e del territorio: si fa riferimento alla Sacra Congregazione delle Acque istituita da Pio VII nel 1803 e, inoltre, ai consorzi, ai diritti d’uso, alle concessioni, alle servitù, alle convenzioni, alle tassazioni, agli indennizzi.
Per una migliore comprensione dei dati quantitativi, il Bergui ci fornisce, infine, il corollario di una preziosa lista comparativa delle antiche unità di misura (soma, boccale, staio, modaiolo, canna, canala, tavola, ecc.) con ragguaglio al sistema metrico decimale.
Un altro elemento originale di grande aiuto è costituito dalla parte grafica, dalle tavole che corredano l’opera, appositamente elaborate dal Bergui con lo scopo di evidenziare gli aspetti “mirati” dei soggetti specifici, a vantaggio della chiarezza e della comprensione. Questo spiega perché tali piante costituiscano, ancora oggi, un punto cardinale per ogni lavoro di ricerca e di studio.
Potremmo continuare ancora, ma sarebbe superfluo oltre che velleitario. Basterà sottolineare la lungimiranza del Comune di Terni per aver pubblicato a sue spese, nel 1936, quest’opera magistrale. Altrettanto plaudibile è, ora, la decisione dell’ICSIM di procedere alla sua ristampa anastatica.
Certo, non possiamo dire che il saggio del Bergui si legga “come un romanzo”: la presenza di numerose tabelle e la profusione di cifre possono costituire un ostacolo che non tutti si sentono di affrontare. D’altronde, non bisogna dimenticare che siamo di fronte a un “trattato” il cui destinatario non è il pubblico indistinto. Ciò non toglie che tutti – quindi anche coloro che non posseggono cognizioni tecniche – possano trovarvi, per quanto abbiamo esposto in precedenza, motivi di interesse, insegnamenti e stimoli culturali.
Provare per credere.


NOTE
(1) Questo non è l’unico intervento che si è dovuto apportare: purtroppo la copia conservata nella Biblioteca Comunale di Terni è mutila di alcune pagine, mentre altre sono in fotocopia; le pagine mancanti sono state rieditate sulla base del microfilm conservato nella stessa Biblioteca, mentre quelle in fotocopia sono state riprese così come erano, tranne quella contenente una carta dei limiti amministrativi dei Comuni soppressi nel 1927 (in occasione della costituzione della Provincia di Terni) che è stata sostituita con una analoga del 1889; inoltre, la tabella 9, piegata a soffietto nell’originale, è stata rieditata e divisa su più pagine, riproponendo sempre la prima colonna per facilitarne la lettura per riga. Le cinque tavole allegate al volume originale in un cofanetto autonomo sono state invece uniformate nella dimensione per consentirne l’inserimento nella tasca applicata alla terza di copertina; per non comprometterne lo stato di conservazione sono state riprodotte da fotocopie – già esistenti –, sulle quali si è intervenuti solo per “rafforzare” alcuni tratti meno leggibili. Le tavole I e II nell’originale contengono dei numeri, stampati in rosso, richiamati anche nel testo; in questa riproduzione anastatica, stampata solo in nero, questi numeri sono ugualmente individuabili perché, a differenza di quelli che indicano l’altimetria, non sono tra parentesi tonde.
(2) Probabilmente non fu estraneo alla decisione di lasciare Terni il fatto che il Comune non approvò un suo progetto per l’integrazione dell’acquedotto civico (1920), perché giudicò troppo costoso e insufficiente l’impiego delle pompe (Archivio di Stato di Terni, Archivio Storico del Comune di Terni, Secondo versamento, bb. 82 e 83).
(3) Confederazione Fascista Professionisti ed Artisti. Sindacato Provinciale Fascista Ingegneri di Terni, Albo degli ingegneri della provincia di Terni, anno 1935-XIII, Terni, Tip. “L’Economica”, 1935.
(4) Archivio di Stato di Terni, Archivio Storico del Comune di Terni, Quarto versamento, b. 16, “Registro Consulta Municipale”, delibera n. 524 del 15 giugno 1938.
(5) Comune di Terni, Quattro anni di amministrazione podestarile: 1932 -1936, Terni, Alterocca, 1937.
(6) Archivio Tribunale di Terni, Sentenze penali del pretore, Sentenza n. 640/48. Il decreto del 5 luglio 1947 è introvabile.
(7) Ivi, Sentenza n. 129, 25 maggio 1949.
(8) Testimonianza del signor Bruno Tomassini, che frequentò il Bergui per motivi di lavoro.
(9) Cfr. L. Silvestri, Storia contemporanea o statistica della città di Terni a tutto il 1858, in Appendice alla Collezione di Memorie Storiche della Città medesima, Rieti 1859, seconda edizione Terni, Thyrus, 1977.
(10) Annuario dell’Accademia Spoletina, Foligno 1860, pp. 88-106.