Produzione editoriale

Pubblicazioni varie

Edizione 2006
pp. 96
euro 9,00
ISBN 87288-80
Indice
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Luciano Costantini
L'attentato di Canzio

Genius loci
Claudio Carnieri

Capita sovente per chi ha impegnato una parte fondamentale della propria vita dentro le passioni della politica, spesso sotto le luci non sempre gradevoli della dimensione pubblica, di maturare ad un certo punto un bisogno a raccontare, una voglia di fermarsi per raccordare fili, cadenze, eventi, quasi a ritrovarne un ordine e a mettere “al sicuro” vicende, contro l’usura aspra dello scorrere degli anni e il cinismo dei “tempi moderni”, molto protesi a quella dimensione di “eterno presente”, dove vale ormai solo quel che c’è oggi, quel che è presente o quel che appare, pronto al consumo e all’oblio. Anche il passato può diventare certo di nuovo piacevole e seducente, ma deve assumere piuttosto i segni del mito, senza alludere ad alcuna critica sulle cose dell’oggi.
Più raro è che quel bisogno di memoria si traduca in un racconto, in una costruzione letteraria, dove personaggi, vicende e luoghi, pur mantenendo una riconoscibilità intrecciata ad una acuta carica evocativa, si trasfigurano assumendo peculiari caratteri fantastici, solo in parte allegorici, cosicché, appena usciti dalla penna dell’autore, in quell’impasto tra memoria e invenzione che ne determina l’incipit, prendono ad agire autonomamente, lasciando allora i segni più forti nell’animo del lettore.
Trovo qui la straordinarietà di questo racconto, il primo e spero non ultimo di Luciano Costantini, uomo della politica ed espressione schietta della comunità narnese, con il quale ho condiviso stagioni fondamentali della mia vita politica, cosicché, nella lettura, mi sono tornate vivide le trame di tante appassionate discussioni e financo il suono della voce, godendo così del privilegio di procedere nella lettura accompagnato da un io narrante molto presente. Quasi che il racconto si sviluppasse davanti ad un caminetto.
So che solo altri pochi lettori potranno avere un tale privilegio. E allora il gusto della lettura dovrà essere ritrovato piuttosto nelle forme della narrazione: nel linguaggio prima di tutto, con quella frequentissima aggettivazione che fa trasparire ora il colore di un evento ora un’intenzione dell’autore, qualche volta accattivante più spesso maliziosa ed irridente. Pennellate, segni veloci, con uno stile espressionista talvolta, a segnare la materialità densa di una situazione o, in altri momenti, quasi surreale, e comunque sempre attento a ricostruire i tratti peculiari di una condizione umana. Non caricature dunque, ma figure vere che proprio nell’esistenza dentro la comunità si caricano di significati, di storie, di protagonismi. In filigrana si possono scorgere anche i tratti essenziali di quegli aneddoti dove una comunità ritrova i propri caratteri ri-fondativi, quelli dai quali germinano in definitiva, nelle pieghe più quotidiane e più intime, tolleranza, curiosità, solidarietà.
A ben vedere le “virtù civiche” di tanti nostri centri dell’Umbria, hanno queste radici, antichissime esse stesse, che vanno diritte all’età comunale, a quel popolo, a quelli spiazzi, a quelle piazze, a quella prossimità, quando si governava “a popolo e a libertà”, come scrive Luigi Bonazzi nella Storia di Perugia.
E anche questa suggestione politica, come dimensione della polis, vorrei trasmettere al lettore, assieme alla percezione di quel particolare stile trasfigurativo che si ritrova nelle pagine del racconto, un po’ schagalliano, mi è sembrato, traccia forse di come la memoria di tempi ormai trascorsi si è potuta intrecciare, nell’animo dell’autore, anche con un rimpianto, teso a ritrovare sapori, atmosfere, umanità in definitiva più autentiche e libere, meno chiuse negli egoismi e in un certo edonismo superficiale e mercantile del tempo presente.
Ma le cifre del racconto sono tante e si intrecciano: il linguaggio, i personaggi, la trama e le grandi quinte del racconto che descrivono la Narni del dopoguerra, così nitidamente scolpita nella sua fisionomia e nel suo stile. È stato così che, procedendo nella lettura, mi sono sentito balzare vicino non poche di quelle personalità che per me, ternano, sono state fondamentali per costruire un legame non solo politico, ma intellettuale e civile, con la città: Azelio Onofri, Giuseppe Manini, Giacomo Di Fino, Alterio Stella, Vittorio Credini, Mario Valle, e poi Bruno Donatelli, e poi ancora la generazione dell’autore, quando, a metà degli anni ‘60, una nuova, diffusa, gioventù narnese venne in primo piano, carica di quella personalità che ne ha segnato un carattere peculiare: curiosità spigolosa, gelosa difesa di una appartenenza civica, e la laicità prima di tutto, prima dell’appartenenza alla sinistra.
Così mi è tornata in mente anche una pagina del Viaggio di Italia di Guido Piovene: “Nell’Umbria è però scarso ciò che, fuori dalle oasi, può sostenere i bisogni di un popolo moderno. Eppure poche regioni, come questa, sembrano esenti dall’immagine della povertà. Con l’Umbria comincia, in Italia, l’antico regno, che si stende qua e là, a chiazze più o meno larghe, dell’indigenza signorile. La bellezza dell’Umbria, non ha note stridenti, nemmeno nelle zone di montagne depresse. Dovunque scorgo compostezza, ordine, lucidità, garofani alle finestre, cespi di margherite che irraggiano fiori a scoppio, simili a immaginose capigliature surrealiste. L’equilibrio riposa, o riposava fino a qualche tempo fa, sullo scarso bisogno di consumo, sull’inappetenza dei beni. In una civiltà così signorile e monastica, la stessa povertà non prende colori tetri, ripugnanti, drammatici, ma si palesa quasi in un eccesso di lindura. L’alimentazione in uso nella campagna umbra ne offre l’immagine. Cibo abituale, al risveglio, pane e pomodoro o fave; a mezzogiorno un altro pasto leggero; la sera minestra di pasta con altri legumi e formaggio. I primi segni di agiatezza sono il salame e, nei giorni di festa, la fetta di porchetta comprata al mercato. Forse il comunismo umbro, tecnicamente simile a quello toscano, deve scorgersi soprattutto nel declino di una civiltà a fondo monastico, di cui resta lo stile, ma non i consenso degli animi. I centri dove la vita rimane arcaica, così gradevoli a vedersi, diventano oggi quasi inavvertitamente focolai di infezione; per stanchezza dell’astinenza, per un bisogno di avere bisogni. La crisi è un cambiamento delle prospettive morali. Tutta l’Umbria è incantevole, ma proprio l’incanto si mescola oggi ad un leggero malessere. Si avverte intorno, negli animi della gente, un estremismo timido che dell’estremismo non ha né le idee né le passioni”. Il Viaggio corre tra il maggio 1953 e l’ottobre 1956: penso siano gli anni del nostro racconto.
Così mi è tornata anche una riflessione su Narni, su questa straordinaria città, sulla sua civiltà e sul carattere dei suoi abitanti. Sono convinto che ricostruendone i caratteri secondo la longue durée degli storici di “Les Annales”, alla fine si arrivi proprio ad una dimensione, territoriale e civile, “di confine”, laddove, proprio a Narni, nei secoli prima dell’evo moderno e poi anche più avanti, non arrivava più, se non in modo estenuato, l’influenza non già della Chiesa, ma proprio della Curia romana, della sue funzioni di comando temporale e si potevano cominciare a trovare piuttosto i primi tratti di quella peculiare religiosità umbra, asciutta, senza orpelli e magniloquenze, densa di umanità, anche nel rapporto con il divino.
Terra di libertà dunque e non è un caso che proprio qui si rompe, nel 1902, con la grande lotta contadina per il “patto colonico”, con gli scioperi nelle aie, il rapporto tra città e campagna, e irrompono protagoniste sulla scena le masse povere della campagne, mezzadri e coloni, con una consapevolezza di sé (manca ancora molto alla prima guerra mondiale) che fa tutt’uno con la durissima lotta degli operai di Terni contro la serrata delle Acciaierie nel 1907.
E dev’esserci stata anche un’influenza del paesaggio nel costruire il carattere arcigno della popolazione narnese: appunto l’arce, la costruzione del tessuto urbano sopra un colle aguzzo, e poi la Rocca del cardinale Albornoz che seguitava la rete di costruzioni imponenti da Assisi a Spoleto; e poi ancora l’andamento magniloquente delle arcate del ponte augusteo, assieme all’asprezza della forre e dei dirupi scavati dal Nera.
Ecco. L’anarchismo irridente di Canzio, ben conosciuto anche a Terni, con quel suo scassato furgone pieno di oggetti, la sua loquacità, la sua umanità profondissima, mite ed arrogante insieme, hanno questa radice. E dicono anche molto di quanto la modernizzazione industriale del Novecento fosse entrata a Narni, ma anche a Terni, prima di tutto, dentro le vie, i vicoli e le viuzze, dentro il vociare delle botteghe della parte antica della città, ben prima che le nuove espansioni urbane riarticolassero i percorsi del lavoro e della vita, ridislocando i gruppi familiari, amicali e sociali, mettendo per questa via così in discussione l’identità più profonda della città. Questo processo corre ancora oggi, e in forme radicalmente nuove, quando le migrazioni, gli sconvolgimenti della società contemporanea, sono tornati a battere duramente sui precari equilibri della fine del novecento, e non solo a Narni. E però ormai i vissuti duri e talvolta drammatici non arrivano più a “fare comunità” e non fanno più nascere gli aneddoti di una storia collettiva. Ma qui altri dovrebbero prender parola.
C’è una catarsi nel racconto, al cimitero, in quel luogo dove talvolta più intensamente si ricapitolano i percorsi dell’esistenza, in modo che la fine assuma un carattere più dolcemente quotidiano.
Diventa difficile non fermarsi un attimo su quella battuta detta là con noncuranza da Fegatello, uno dei sodali di Canzio, che si era già da tempo preparata la tomba: “Se non ci penso io, poi chi ci pensa?”. Mi sono fermato anch’io e poi sono tornato, quasi per rimbalzo, all’oggi, alle ansie che ci agitano e che ci premono per stare con tenacia dentro le trame della vita della comunità. Vale la pena, mi sono detto, di spendere ancora le nostre passioni affinché le terre dove crescono le “virtù civili” siano fertili nel nuovo millennio.