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Luciano Costantini
L'attentato di Canzio
Genius loci
Claudio Carnieri
Capita sovente per chi ha impegnato una parte fondamentale
della propria vita dentro le passioni della politica, spesso
sotto le luci non sempre gradevoli della dimensione pubblica,
di maturare ad un certo punto un bisogno a raccontare, una
voglia di fermarsi per raccordare fili, cadenze, eventi, quasi
a ritrovarne un ordine e a mettere “al sicuro”
vicende, contro l’usura aspra dello scorrere degli anni
e il cinismo dei “tempi moderni”, molto protesi
a quella dimensione di “eterno presente”, dove
vale ormai solo quel che c’è oggi, quel che è
presente o quel che appare, pronto al consumo e all’oblio.
Anche il passato può diventare certo di nuovo piacevole
e seducente, ma deve assumere piuttosto i segni del mito,
senza alludere ad alcuna critica sulle cose dell’oggi.
Più raro è che quel bisogno di memoria si traduca
in un racconto, in una costruzione letteraria, dove personaggi,
vicende e luoghi, pur mantenendo una riconoscibilità
intrecciata ad una acuta carica evocativa, si trasfigurano
assumendo peculiari caratteri fantastici, solo in parte allegorici,
cosicché, appena usciti dalla penna dell’autore,
in quell’impasto tra memoria e invenzione che ne determina
l’incipit, prendono ad agire autonomamente, lasciando
allora i segni più forti nell’animo del lettore.
Trovo qui la straordinarietà di questo racconto, il
primo e spero non ultimo di Luciano Costantini, uomo della
politica ed espressione schietta della comunità narnese,
con il quale ho condiviso stagioni fondamentali della mia
vita politica, cosicché, nella lettura, mi sono tornate
vivide le trame di tante appassionate discussioni e financo
il suono della voce, godendo così del privilegio di
procedere nella lettura accompagnato da un io narrante molto
presente. Quasi che il racconto si sviluppasse davanti ad
un caminetto.
So che solo altri pochi lettori potranno avere un tale privilegio.
E allora il gusto della lettura dovrà essere ritrovato
piuttosto nelle forme della narrazione: nel linguaggio prima
di tutto, con quella frequentissima aggettivazione che fa
trasparire ora il colore di un evento ora un’intenzione
dell’autore, qualche volta accattivante più spesso
maliziosa ed irridente. Pennellate, segni veloci, con uno
stile espressionista talvolta, a segnare la materialità
densa di una situazione o, in altri momenti, quasi surreale,
e comunque sempre attento a ricostruire i tratti peculiari
di una condizione umana. Non caricature dunque, ma figure
vere che proprio nell’esistenza dentro la comunità
si caricano di significati, di storie, di protagonismi. In
filigrana si possono scorgere anche i tratti essenziali di
quegli aneddoti dove una comunità ritrova i propri
caratteri ri-fondativi, quelli dai quali germinano in definitiva,
nelle pieghe più quotidiane e più intime, tolleranza,
curiosità, solidarietà.
A ben vedere le “virtù civiche” di tanti
nostri centri dell’Umbria, hanno queste radici, antichissime
esse stesse, che vanno diritte all’età comunale,
a quel popolo, a quelli spiazzi, a quelle piazze, a quella
prossimità, quando si governava “a popolo e a
libertà”, come scrive Luigi Bonazzi nella Storia
di Perugia.
E anche questa suggestione politica, come dimensione della
polis, vorrei trasmettere al lettore, assieme alla percezione
di quel particolare stile trasfigurativo che si ritrova nelle
pagine del racconto, un po’ schagalliano, mi è
sembrato, traccia forse di come la memoria di tempi ormai
trascorsi si è potuta intrecciare, nell’animo
dell’autore, anche con un rimpianto, teso a ritrovare
sapori, atmosfere, umanità in definitiva più
autentiche e libere, meno chiuse negli egoismi e in un certo
edonismo superficiale e mercantile del tempo presente.
Ma le cifre del racconto sono tante e si intrecciano: il linguaggio,
i personaggi, la trama e le grandi quinte del racconto che
descrivono la Narni del dopoguerra, così nitidamente
scolpita nella sua fisionomia e nel suo stile. È stato
così che, procedendo nella lettura, mi sono sentito
balzare vicino non poche di quelle personalità che
per me, ternano, sono state fondamentali per costruire un
legame non solo politico, ma intellettuale e civile, con la
città: Azelio Onofri, Giuseppe Manini, Giacomo Di Fino,
Alterio Stella, Vittorio Credini, Mario Valle, e poi Bruno
Donatelli, e poi ancora la generazione dell’autore,
quando, a metà degli anni ‘60, una nuova, diffusa,
gioventù narnese venne in primo piano, carica di quella
personalità che ne ha segnato un carattere peculiare:
curiosità spigolosa, gelosa difesa di una appartenenza
civica, e la laicità prima di tutto, prima dell’appartenenza
alla sinistra.
Così mi è tornata in mente anche una pagina
del Viaggio di Italia di Guido Piovene: “Nell’Umbria
è però scarso ciò che, fuori dalle oasi,
può sostenere i bisogni di un popolo moderno. Eppure
poche regioni, come questa, sembrano esenti dall’immagine
della povertà. Con l’Umbria comincia, in Italia,
l’antico regno, che si stende qua e là, a chiazze
più o meno larghe, dell’indigenza signorile.
La bellezza dell’Umbria, non ha note stridenti, nemmeno
nelle zone di montagne depresse. Dovunque scorgo compostezza,
ordine, lucidità, garofani alle finestre, cespi di
margherite che irraggiano fiori a scoppio, simili a immaginose
capigliature surrealiste. L’equilibrio riposa, o riposava
fino a qualche tempo fa, sullo scarso bisogno di consumo,
sull’inappetenza dei beni. In una civiltà così
signorile e monastica, la stessa povertà non prende
colori tetri, ripugnanti, drammatici, ma si palesa quasi in
un eccesso di lindura. L’alimentazione in uso nella
campagna umbra ne offre l’immagine. Cibo abituale, al
risveglio, pane e pomodoro o fave; a mezzogiorno un altro
pasto leggero; la sera minestra di pasta con altri legumi
e formaggio. I primi segni di agiatezza sono il salame e,
nei giorni di festa, la fetta di porchetta comprata al mercato.
Forse il comunismo umbro, tecnicamente simile a quello toscano,
deve scorgersi soprattutto nel declino di una civiltà
a fondo monastico, di cui resta lo stile, ma non i consenso
degli animi. I centri dove la vita rimane arcaica, così
gradevoli a vedersi, diventano oggi quasi inavvertitamente
focolai di infezione; per stanchezza dell’astinenza,
per un bisogno di avere bisogni. La crisi è un cambiamento
delle prospettive morali. Tutta l’Umbria è incantevole,
ma proprio l’incanto si mescola oggi ad un leggero malessere.
Si avverte intorno, negli animi della gente, un estremismo
timido che dell’estremismo non ha né le idee
né le passioni”. Il Viaggio corre tra il maggio
1953 e l’ottobre 1956: penso siano gli anni del nostro
racconto.
Così mi è tornata anche una riflessione su Narni,
su questa straordinaria città, sulla sua civiltà
e sul carattere dei suoi abitanti. Sono convinto che ricostruendone
i caratteri secondo la longue durée degli storici di
“Les Annales”, alla fine si arrivi proprio ad
una dimensione, territoriale e civile, “di confine”,
laddove, proprio a Narni, nei secoli prima dell’evo
moderno e poi anche più avanti, non arrivava più,
se non in modo estenuato, l’influenza non già
della Chiesa, ma proprio della Curia romana, della sue funzioni
di comando temporale e si potevano cominciare a trovare piuttosto
i primi tratti di quella peculiare religiosità umbra,
asciutta, senza orpelli e magniloquenze, densa di umanità,
anche nel rapporto con il divino.
Terra di libertà dunque e non è un caso che
proprio qui si rompe, nel 1902, con la grande lotta contadina
per il “patto colonico”, con gli scioperi nelle
aie, il rapporto tra città e campagna, e irrompono
protagoniste sulla scena le masse povere della campagne, mezzadri
e coloni, con una consapevolezza di sé (manca ancora
molto alla prima guerra mondiale) che fa tutt’uno con
la durissima lotta degli operai di Terni contro la serrata
delle Acciaierie nel 1907.
E dev’esserci stata anche un’influenza del paesaggio
nel costruire il carattere arcigno della popolazione narnese:
appunto l’arce, la costruzione del tessuto urbano sopra
un colle aguzzo, e poi la Rocca del cardinale Albornoz che
seguitava la rete di costruzioni imponenti da Assisi a Spoleto;
e poi ancora l’andamento magniloquente delle arcate
del ponte augusteo, assieme all’asprezza della forre
e dei dirupi scavati dal Nera.
Ecco. L’anarchismo irridente di Canzio, ben conosciuto
anche a Terni, con quel suo scassato furgone pieno di oggetti,
la sua loquacità, la sua umanità profondissima,
mite ed arrogante insieme, hanno questa radice. E dicono anche
molto di quanto la modernizzazione industriale del Novecento
fosse entrata a Narni, ma anche a Terni, prima di tutto, dentro
le vie, i vicoli e le viuzze, dentro il vociare delle botteghe
della parte antica della città, ben prima che le nuove
espansioni urbane riarticolassero i percorsi del lavoro e
della vita, ridislocando i gruppi familiari, amicali e sociali,
mettendo per questa via così in discussione l’identità
più profonda della città. Questo processo corre
ancora oggi, e in forme radicalmente nuove, quando le migrazioni,
gli sconvolgimenti della società contemporanea, sono
tornati a battere duramente sui precari equilibri della fine
del novecento, e non solo a Narni. E però ormai i vissuti
duri e talvolta drammatici non arrivano più a “fare
comunità” e non fanno più nascere gli
aneddoti di una storia collettiva. Ma qui altri dovrebbero
prender parola.
C’è una catarsi nel racconto, al cimitero, in
quel luogo dove talvolta più intensamente si ricapitolano
i percorsi dell’esistenza, in modo che la fine assuma
un carattere più dolcemente quotidiano.
Diventa difficile non fermarsi un attimo su quella battuta
detta là con noncuranza da Fegatello, uno dei sodali
di Canzio, che si era già da tempo preparata la tomba:
“Se non ci penso io, poi chi ci pensa?”. Mi sono
fermato anch’io e poi sono tornato, quasi per rimbalzo,
all’oggi, alle ansie che ci agitano e che ci premono
per stare con tenacia dentro le trame della vita della comunità.
Vale la pena, mi sono detto, di spendere ancora le nostre
passioni affinché le terre dove crescono le “virtù
civili” siano fertili nel nuovo millennio.
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