|

Edizione 2005
pp. XVI+220
euro 15,00 (IVA inclusa)
ISBN 88-87288-65-8
Indice
modulo per l'ordinazione
|
Distruzioni belliche
e ricostruzione economica in Umbria
1943-1948
di Angelo Bitti e Stefano De Cenzo
Premessa
di Renato Covino
(Università degli Studi di Perugia, Direttore
ICSIM)
Questo volume, è frutto di due esigenze fortemente
intrecciate tra loro.
La prima è l'attenzione, sempre maggiore, agli eventi
e agli esiti della seconda guerra mondiale e agli effetti
che essi determinarono sulla popolazione civile e sui territori
investiti dall'urto delle vicende belliche. Finita la fase
dell'elaborazione del lutto per le distruzioni e per il sacrificio
di vite umane provocati dalla guerra, esaurito il desiderio
di calare il velo dell'oblio sulle sofferenze causate dal
conflitto, è cominciata ad emergere un'attenzione specifica
alle singole tessere che compongono il mosaico. Si va così
dall'internamento dei militari nei campi di prigionia tedeschi
alla sempre crescente attenzione nei confronti delle stragi
compiute dalle truppe nazifasciste in ritirata nei confronti
della popolazione civile, all'attenzione ai fenomeni connaturati
alla guerra: dallo sfollamento alla borsa nera, dall'approvvigionamento
alla realtà dei campi di concentramento esistenti nel
nostro paese, dalla persecuzione antiebraica del fascismo
alle scritture di guerra (memorie, ricordi, diari) che rappresentano
il modo soggettivo in cui è stato vissuto un passaggio
cruciale e doloroso nella vita del paese.
Contribuisce a tale interesse, da una parte, la scomparsa
di una generazione che la guerra l'aveva vissuta e che ne
era essa stessa testimone e testimonianza, la lontananza cronologica
dall'evento, ma anche il comparire sempre più frequente
di scenari di distruzione derivanti da conflitti sempre più
prossimi che suscita, specie nei più giovani, interrogativi
e ansie di conoscenza.
La seconda esigenza è di carattere metodologico.
Come tutti gli eventi che hanno visto una partecipazione corale
della popolazione, la guerra, i bombardamenti e le distruzioni
belliche – come del resto la morte, la paura e la fame – hanno
assunto nel corso del tempo una dimensione di retorica pubblica
che spesso viene alimentata dalle stesse comunità e
dalle amministrazioni locali, dando luogo a una sorta di mitologia
in cui i fatti o vengono esagerati o taciuti, secondo consolidati
processi di invenzione della tradizione. Tutto ciò
contribuisce a costruire un approccio ideologico alle questioni
in cui la concretezza dei processi storici per molti aspetti
viene smarrita.
È da questa esigenza di ricostruire in una dimensione
critica i processi storici concreti che nasce la ricerca e
questa pubblicazione che ne è il frutto. L'obiettivo
non è solo quello di un necessario e doveroso scavo
documentario, quanto piuttosto l'esigenza di ricostruire un
quadro che ha un indubbio rilievo per quanto riguarda le vicende
successive dell'Umbria.
Più volte si è scritto che il tornante rappresentato
dalla guerra, dall'occupazione tedesca, dalla Resistenza e
dalla Liberazione ha segnato in modo indelebile l'insieme
della vita economica, sociale, politica e culturale della
regione. Entrano in crisi in quegli anni l'insieme degli equilibri
costruiti nella fase precedente, già precari nel primo
dopoguerra e successivamente congelati dall'esperienza fascista.
La guerra e gli eventi a essa collegati riattivano il processo
interrotto dagli anni della dittatura. Una società
i cui caratteri di massa erano solo embrionali e limitati
ai maggiori centri urbani, vede l'insieme della popolazione
coinvolta in una grande e traumatica esperienza collettiva
dopo la quale nulla potrà essere uguale. È attraverso
i fenomeni della borsa nera, dello sfollamento, della renitenza
alla leva, che maturano processi di osmosi città-campagna
in cui i contadini con un contatto più frequente con
i centri urbani adottano forme di protagonismo sociale e momenti
di autonomia dai tradizionali blocchi agrari. Ed è
sempre attraverso le privazioni della guerra che cresce nelle
città la consapevolezza di come la drammaticità
degli eventi bellici configuri comunque l'inizio di una nuova
fase storica, sostanzialmente diversa da quella del periodo
precedente. Una realtà che, vista con la lente degli
anni quaranta e cinquanta, appare ancorata al passato, irrimediabilmente
legata alla tradizione e ad equilibri strutturatisi a fine
Ottocento, comincia a mutare sotto l'effetto di vicende che
la trascendono, che coinvolgono una realtà ben più
ampia, che muovono passioni e processi nell'immediato difficilmente
leggibili, i cui centri decisionali si collocano fuori dell'ambito
umbro.
Solo così sono comprensibili eventi altrimenti inspiegabili
di cui il più rilevante è certamente il processo
di organizzazione delle masse popolari e in particolare di
quelle contadine, il loro protagonismo e la loro ansia verso
la conquista di diritti di cittadinanza, le forme di rappresentanza
politica che tali percorsi si danno, che vedono sorgere e
solidificarsi, in forme diverse e nuove rispetto al primo
dopoguerra, momenti di organizzazione politica e sindacale
che fanno riferimento alla sinistra.
La società regionale, in altri termini, è costretta
a battersi per la propria sopravvivenza, in questa dimensione
è costretta a definire i suoi punti di solidità
e di aggregazione, ma anche a disegnare condizioni irrinunciabili
per la ripresa della vita economica e civile che aprono un
contenzioso forte con i poteri centrali, dallo Stato alla
grande impresa pubblica.
In tale contesto un peso tutt'altro che secondario gioca la
consapevolezza delle distruzioni dovute ai bombardamenti ma
anche delle asportazioni e delle distruzioni operate dalle
truppe tedesche in ritirata.
Il quadro delle attività economiche così come
si configura durante il periodo che va dall'autarchia alla
fine delle ostilità è stato ampiamente definito
in lavori specifici e non certo qui è il caso di tornarci
sopra in modo analitico. Tuttavia, può valere la pena
di delinearne, a grandi tratti, i caratteri. L'Umbria si presenta
come una regione la cui economia è segnata da un'agricoltura
fortemente gravata dal vincolo mezzadrile, dove l'innovazione
si confronta con i limiti rappresentati dalle condizioni pedologiche
del suolo, con pianure esigue, colline spesso povere e un'ampia
area alto-collinare e montana. Il ritardo con cui si realizza
la rivoluzione foraggera, la limitatezza di un uso razionale
dei suoli, la scarsa diffusione del sistema di fattoria e
degli ammassi impediscono ulteriormente lo sviluppo in senso
capitalistico delle campagne. Le innovazioni più importanti
indotte dalla “battaglia del grano” sono rappresentate da
un'estensione dell'uso delle macchine agricole e dei concimi
chimici che, coniugate con la diffusione delle qualità
elette di grano, consente un significativo aumento delle rese
unitarie. In altri termini, l'agricoltura umbra vede ridursi
la gamma delle colture: il grano incentivato dalle provvidenze
statali conquista anche terreni dove il suo impianto non è
profittevole. Per contro, ristagnano le altre colture, in
particolare quelle industriali.
Non diversa è la situazione dell'industria. Permane
il dualismo tra bassa e alta Umbria, accentuato dai contraccolpi
di “quota Novanta”, prima, e della crisi del 1929, poi. Se
l'Umbria meridionale, grazie alla “Terni polisettoriale” voluta
da Arturo Bocciardo, in cui si integravano attività
siderurgiche, chimiche, elettriche ed estrattive mantiene
e incrementa il suo patrimonio industriale, nel resto della
regione continua a dominare il modello solidificatosi negli
anni dieci del Novecento: imprese di piccole dimensioni che,
nel momento in cui registrano momenti di crescita, sono afflitte
da una cronica carenza di capitali che costringe alla cessione
a gruppi extraregionali. Le uniche eccezioni saranno costituite
prima dalla Perugina e poi dall'Angora Spagnoli. Solo nella
seconda metà degli anni trenta con l'autarchia e, poi,
con l'inizio della politica di potenziamento degli apparati
militari, si verificheranno le prime novità rilevanti
costituite dalla crescita della SAI Ambrosini di Passignano
sul Trasimeno e dall'AUSA Macchi di Foligno, due imprese aeronautiche
che nel periodo del massimo sforzo bellico riusciranno a occupare
da 4.000 a 5.000 addetti, e dallo sviluppo della Nardi di
Città di Castello, produttrice di macchine agricole
(soprattutto aratri meccanici) che con la conquista dell'Etiopia
vedrà aprirsi un nuovo e fiorente mercato di sbocco.
In altri termini, il fascismo frustrerà le ansie di
rinnovamento della regione, che pure ne avevano accompagnato
l'ascesa. Verrà bloccata ogni politica di modernizzazione
auspicata da ambienti legati alla Camera di Commercio e ad
alcuni gruppi imprenditoriali. La rivendicazione di moderne
infrastrutture, in particolare di ferrovie, sarà ben
presto delusa. Le vie di comunicazione rimarranno sostanzialmente
quelle costruite antecedentemente alla prima guerra mondiale.
Le distruzioni belliche incidono su questo tessuto. Il problema
che si pone è allora quello di definire come pesino
sulla ricostruzione e, più in generale, nel determinare
gli esiti futuri.
Esse mostrano due caratteristiche.
La prima è quella tipica dei bombardamenti: distruzione
di stabilimenti industriali, di ponti, di stazioni, di strade
e ferrovie, di edifici e di abitazioni. L'obiettivo è
evidente: bloccare il movimento di truppe, impedire il rifornimento
di materiale bellico e di approvvigionamenti. A questi bombardamenti
se ne aggiunge una seconda tipologia che ha fondamentalmente
il compito di bloccare la vita civile, di disperdere la popolazione,
impedendo il flusso della vita quotidiana. In tal senso va
ridimensionata l'idea che i bombardamenti delle città
siano frutto di errori, come nel caso del bombardamento dell'11
agosto 1943 a Terni che provocò 500 morti e altrettanti
dispersi. Più plausibile l'ipotesi che si tratti di
scelte mirate compiute dai comandi militari alleati, per alcuni
aspetti connaturate alla guerra moderna in cui la distinzione
tra belligeranti e popolazione civile diviene sempre più
labile. Analogamente vanno lette le azioni delle truppe tedesche
in ritirata che, oltre ad asportare macchinari industriali,
distruggono infrastrutture civili e impianti produttivi.
Ma al di là della dinamica degli eventi c'è
un dato che emerge dalla documentazione rinvenuta da Stefano
De Cenzo e Angelo Bitti che pone alcuni interrogativi. Esso
riguarda la velocità della ricostruzione: nel caso
della Società Terni i processi risultano estremamente
rapidi e determinano un celere assorbimento di ampie quote
di disoccupati, mentre è più lenta la ricostruzione
di strade e ferrovie e, soprattutto, di abitazioni.
Tali dinamiche sono spiegabili in due modi che mettono in
discussione alcuni luoghi comuni.
In primo luogo i bombardamenti sono numericamente inferiori
a quelli ricordati dalla vulgata post-bellica. Un caso per
tutti: a Terni, la tradizione fa ascendere a ben 108 i bombardamenti
subiti dalla città ma le carte dei vari enti registrano
– tra bombardamenti veri e propri, spezzonamenti e mitragliamenti
– solo 57 attacchi aerei; lo stesso dicasi per Foligno, dove
le azioni aeree registrate ascendono a 7. Insomma, le distruzioni
sono minori e molto meno radicali di quelle tramandate dal
ricordo. Ciò spiega una ricostruzione più rapida
del previsto, ammesso e non concesso che le asportazioni di
impianti non abbiano provocato – come nel caso delle aziende
aeronautiche – un impoverimento del parco macchine tale da
impedire qualunque ripresa delle aziende.
In secondo luogo, non c'è dubbio che un'economia a
due velocità volta per un verso a garantire la sopravvivenza
della popolazione (l'agricoltura) e per l'altro a fornire
prodotti base (acciaio, energia, concimi chimici) all'industria
nazionale, fosse adeguata alla fase ricostruttiva in cui più
che ragionare in termini di prospettive a lungo termine si
era costretti a produrre per riattivare i processi normali
di un'economia di pace. La debolezza del tessuto produttivo
si manifesterà più tardi, nei primi anni cinquanta,
quando ritardi e fragilità del modello di sviluppo
umbro emergeranno in tutta la loro evidenza, evidenziati soprattutto
dalle nuove potenzialità espresse dall'economia italiana.
Allo stesso modo vanno lette, in buona parte, le distruzioni
e la ricostruzione delle infrastrutture, soprattutto quelle
di ponti e linee ferroviarie. Anche in questo caso l'opera
ricostruttiva sarà abbastanza celere e quanto non verrà
ricostruito svelerà la presenza di rami ritenuti ormai
secchi, come nel caso delle tratte Arezzo-Sansepolcro e Umbertide
- Fossato di Vico della Ferrovia dell'Appennino Centrale,
più che la radicalità delle distruzioni.
La lentezza nella ricostruzione di edifici di abitazione,
infine, va letta da una parte con il fatto che i contributi
pubblici saranno esigui o contingentati e che si preferirà
in alcuni casi convogliarli in direzione dell'edilizia sovvenzionata,
spesso case popolari, invece che verso il ripristino delle
condizioni abitative precedenti, peraltro non sempre soddisfacenti.
Ciò spiega perché a lungo saranno leggibili
nelle città e nei centri storici i segni della distruzione
rappresentati da lacerti e da mozziconi di edifici, testimonianze
– solo recentemente cancellate – di una programmata furia
distruttiva.
È questo quanto emerge dalla documentazione raccolta,
scelta e pubblicata dai due ricercatori che curano questo
volume e dalle loro introduzioni ai documenti.La ricerca che
si è articolata nel corso di tutto il 2005 ha esplorato
soprattutto tre tipologie di archivi, sia nella provincia
di Perugia sia in quella di Terni: quelli delle Prefetture,
delle Camere di Commercio e del Genio Civile, a cui si sono
aggiunte le fonti centrali, soprattutto quelle provenienti
dall'Archivio Storico della Banca d'Italia. Si tratta – nel
caso delle Camere di Commercio e del Genio Civile – di fondi
non sempre inventariati o facilmente consultabili. Nel caso
del Genio Civile della Provincia di Perugia e della Camera
di Commercio di Terni, non avendo a disposizione adeguati
strumenti di consultazione, si è avvenuto procedere
a uno spoglio per totalità. Ciò ripropone un
annoso problema relativo alla sistemazione degli archivi pubblici,
soprattutto di quelli di matrice economica, su cui non è
il caso in questa sede di soffermarsi diffusamente, ma che
tuttavia resta uno dei nodi che bloccano il progresso dei
processi conoscitivi di fenomeni finora poco indagati. Questo
volume, quindi, rappresenta un primo – e significativo – approccio
al tema. L'impegno e la speranza è di aver gettato
un seme e che esso possa dare ulteriori frutti, aprendo un
nuovo itinerario che consenta di indurre nuovi studi e ricerche,
riuscendo a porre su basi documentarie più sicure i
percorsi di ricostruzione della memoria.
Torna all'inizio
|
|