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prima edizione marzo 2009
pp. 144
euro 10,00 (IVA inclusa) ISBN 978-88-6379-006-1
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Augusto Ciuffetti
Renato Covino
Ascesa
e apogeo di una famiglia borghese:
i Sereni nei secoli XVIII-XX
Introduzione
La storia di una famiglia borghese tra permanenze e innovazioni
La storia dell'Umbria contemporanea, nella sua articolazione
economica, politica e sociale è anche una storia di
famiglie eminenti, di dinastie che "traghettano"
questo eterogeneo e composito spazio dalle dinamiche di un
lungo Ancien Régime, il quale, alle soglie del XX secolo
stenta ancora a tramontare, alle tensioni della società
novecentesca. Si tratta di nuclei familiari che nella loro
evoluzione, pur muovendosi all'interno delle strutture portanti
dell'area umbra, contribuiscono a modificarle, tracciandone
le linee fondamentali.
In questo percorso, che non si configura come un processo
lineare, ci sono delle contraddizioni. Il ceto dirigente umbro
dell'Ottocento, infatti, è composto da esponenti di
una nobiltà di stretta osservanza "papalina"
pronta a partecipare anche all'esperienza francese d'inizio
secolo e a schierarsi, dopo la Restaurazione, a favore del
processo d'unificazione nazionale. Chi resta fedele al Papa
impiega più tempo per integrarsi nella nuova consorteria
che domina i vertici della società nei numerosi centri
urbani della regione, ma tra la fine dell'Ottocento e l'inizio
del nuovo secolo aristocratici di origine feudale o di recente
nobilitazione convivono accanto ad esponenti dell'emergente
borghesia, nell'ambito di un esteso gruppo di potere che,
indipendentemente dalla visione politica che esso è
in grado di esprimere, sia a livello collettivo, sia individualmente,
ha i suoi elementi di aggregazione e di riconoscimento nel
possesso della terra e nel controllo delle principali istituzioni
amministrative locali. Del resto, la borghesia che cresce
accanto alle vecchie aristocrazie è incapace di essere
alternativa a queste ultime, preferendo percorrere le più
sicure strade della nobilitazione o della cooptazione in un
unico ceto sociale dominante. Si definisce, così, una
complessa rete di famiglie, spesso annodata intorno a rapporti
parentali, oppure suggellata da specifiche alleanze matrimoniali,
ampiamente sorretta da relazioni clientelari e di patronage,
che le consentono di orientare la società nel suo insieme.
Si tratta, in altre parole, della definizione di quei "blocchi
urbani", basati sul possesso della terra e rappresentati
dalla figura del notabile, mediante i quali il ceto dominante
umbro approda all'esperienza fascista, che mette a disposizione
degli agrari nuovi strumenti per riorganizzare e rendere più
efficace la loro egemonia, nonostante tale esito non sia condiviso
da tutti1.
I membri di questo gruppo di potere, sul piano economico,
si esprimono attraverso la difesa di vecchi equilibri che,
nel mondo rurale, trovano espressione nel patto mezzadrile;
ma nello stesso tempo sono pronti ad interpretare anche il
ruolo del possidente innovatore. Non a caso, essi sono anche
i principali protagonisti delle esperienze che maturano nel
mondo imprenditoriale o in quello bancario e della finanza,
e sono pronti ad occupare enti e associazioni in grado di
alimentare nuove forme di consenso e inediti rapporti di tipo
paternalistico, come le casse di risparmio, le congregazioni
di carità e le società di mutuo soccorso. In
ogni caso, l'articolazione interna a questi "blocchi
urbani" e i diversi percorsi d'ascesa sociale che caratterizzano
la componente borghese dimostrano come il territorio umbro,
tra Sette e Ottocento, non corrisponda a quella realtà
immobile e marginale che emerge da gran parte della storiografia
locale.
Se nel corso dell'Ottocento, soprattutto negli ultimi decenni,
le maglie dell'endogamia nobiliare si allentano sempre di
più, consentendo matrimoni strategici tra le famiglie
aristocratiche di origine feudale, quelle di più recente
nobilitazione e quelle borghesi, nello stesso tempo, si cerca
di dare nuova linfa ad un modello familiare, consolidatosi
nel corso dell'età moderna, che assegna al primogenito
maschio, ma nelle fasi più delicate al più capace,
la gestione del patrimonio e delle stesse strategie dinastiche.
Questo modello non tarda a trovare spazio anche nell'organizzazione
delle prime dinastie industriali, nonostante si passi da una
logica basata sulla rendita ad una imperniata sulla costante
ricerca del profitto.
Tra questi nuclei familiari che, di generazione in generazione,
scrivono la storia politica ed economica dell'Umbria e le
cui vicende aggiungono un importante tassello alla sua conoscenza
e comprensione, troviamo i Sereni2.
Esponenti di quella borghesia che negli ultimi secoli dell'età
moderna si dimostra particolarmente dinamica e capace di compiere
importanti progressioni sociali, i Sereni, arrivati nel territorio
di Marsciano dalla vicina Toscana all'inizio del Settecento,
lentamente si appropriano dei beni delle antiche famiglie
aristocratiche in declino, diventando tra i maggiori possidenti
dell'intera area. Tale processo conosce una forte spinta durante
il periodo napoleonico. Nel corso dell'Ottocento, la loro
definitiva affermazione, con l'ingresso nella ristretta élite
che dirige e condiziona la vita pubblica di Perugia, avviene
attraverso molteplici canali: grazie al successo dei percorsi
politici maturati nell'ambito del processo risorgimentale,
come conseguenza di brillanti carriere compiute nel mondo
universitario e nell'avvocatura, con l'acquisizione di ulteriori
proprietà terriere, gestite in modo innovativo, e mediante
attente strategie matrimoniali. La famiglia si estingue, per
mancanza di discendenti diretti, nella prima metà del
Novecento. Tale evento non determina la totale dispersione
del patrimonio, grazie al felice esito di un'adozione, che
permette la continuazione dello spirito familiare dei Sereni
in una nuova dinastia. Nello stesso tempo, la prospettiva
dell'estinzione consente anche al loro ultimo rappresentante,
Antonio, di assumere le vesti del benefattore.
I Sereni appartengono, quindi, a quella vasta schiera di possidenti
aristocratici e borghesi che, tra la fine dell'Ottocento e
l'inizio del Novecento, contribuisce ad un profondo rinnovamento
delle strutture produttive della regione, sia in ambito agricolo,
sia in ambito industriale. Questo gruppo dominante opera,
a vario titolo, anche sul fronte sociale, con la fondazione
di numerose istituzioni educative e assistenziali. Interpretando
in chiave pubblica il ruolo svolto nelle gerarchie sociali,
esso promuove anche una significativa trasformazione, seppur
all'interno della consolidata logica del paternalismo, dei
rapporti con i ceti subalterni. In Umbria, a questa schiera
di innovatori appartengono famiglie come quelle dei Franchetti,
dei Pucci Boncambi, dei Faina, dei Bonelli, dei Conestabile
della Staffa, dei Monaldi. Non a caso, nel corso della narrazione,
le vicende di queste dinastie sono costantemente riprese e
confrontate con quelle dei Sereni, nel tentativo di offrire
un affresco corale. Tutto ciò dimostra come lo spazio
regionale umbro, ma al suo interno, in modo particolare, il
territorio posto tra Perugia e Marsciano, proprio attraverso
le dinamiche e le azioni dei suoi ceti dominanti, arrivi a
configurarsi come una realtà pronta a recepire, soprattutto
dopo l'Unità e nonostante la sua persistente condizione
di area marginale, quei processi di trasformazione già
attivi nelle regioni confinanti o nell'Italia settentrionale.
Non si vuole, in questa sede, enfatizzare l'aspetto del cambiamento
rispetto alle permanenze e alle diverse forme di resistenza.
Dopo l'Unità, come nei precedenti anni della Restaurazione,
Perugia resta il capoluogo di un'area caratterizzata da un'economia
in decadenza, con una struttura manifatturiera fragile, nella
quale ogni dinamica rimanda all'agricoltura. In Umbria mancano
certamente imprenditori e capitali in grado di favorire il
processo di separazione tra agricoltura e industria, innescando
uno sviluppo capitalistico3.
Laddove si assiste, come nel caso di Terni, ad una forte industrializzazione,
il ceto imprenditoriale risulta del tutto esterno alla realtà
locale, addirittura con un significativo respiro europeo4.
Nonostante questo quadro di crisi, degli elementi di novità
sembrano comunque affacciarsi, a fine Ottocento, anche nell'appartata
e marginale Umbria.
Alla storia dei Sereni, che si ricostruisce in questo volume,
si arriva per gradi, soltanto dopo aver delineato, sempre
in riferimento alle dinamiche di un ceto dirigente diviso
tra aristocratici e borghesi, i relativi contesti regionali
e locali. È rispetto a questi ultimi, come già
sottolineato, che le vicende dei Sereni assumono un valore
paradigmatico. Il racconto è articolato intorno ai
personaggi chiave di ogni generazione, i quali, con la loro
impronta, contribuiscono alla crescita della propria famiglia
e alla trasformazione della società nella quale vivono.
Si tratta di figure dal forte valore simbolico: accanto al
capostipite delle generazioni ottocentesche, Antonio, che
assume il profilo del possidente, troviamo il fratello Giovan
Battista, il rivoluzionario, in quanto esponente di primo
piano dei moti risorgimentali umbri, quanto meno nella fase
degli anni trenta. Se il primogenito di Antonio, Vincenzo,
corrisponde perfettamente all'immagine del notabile, la vita
di suo figlio Antonio non può che essere segnata dalla
sua attività di munifico filantropo. La ricostruzione
di un caso familiare concreto, per sua natura emblematico,
come quello dei Sereni, impostata sulla definizione di figure
sociali che, pur essendo al centro della storia italiana dell'Ottocento,
presentano dei "confini" incerti o sfuggenti, dando
luogo a interpretazioni storiografiche spesso contraddittorie,
può essere utile proprio per delineare questi profili
con maggior puntualità. Senza richiamare il lungo e
complesso dibattito storiografico che negli ultimi decenni
è cresciuto intorno al significato del termine borghesia,
ma anche sulle sue valenze semantiche nei diversi contesti
nazionali europei e sull'itinerario concettuale seguito da
questa espressione tra XVIII e XX secolo5,
per avere significativi spunti di riflessione, è sufficiente
soffermarsi su due categorie ambigue come quelle del possidente
o del notabile6.
Nella storia dei Sereni è possibile intravedere una
progressione, scandita da puntuali vicende economiche, sociali
e politiche, che raggiunge il suo culmine tra la fine dell'Ottocento
e l'inizio del secolo successivo, in una fase nodale anche
per la storia dell'Umbria e del suo capoluogo. Partendo da
questa prospettiva è necessario, però, individuare
l'origine dei Sereni, cercando di cogliere il loro retroterra
sociale e il loro spazio economico di riferimento. Si tratta
di capire, cioè, quali siano le modalità di
costruzione di quel loro vasto patrimonio fondiario, collocato
in un particolare settore del contado di Perugia, corrispondente
al territorio di Marsciano, che nella seconda metà
del XIX secolo costituisce il principale canale per l'affermazione
della famiglia. L'ascesa dei Sereni non si conclude con un
processo di nobilitazione, come accade in altri casi contemporanei
alle loro vicende; ma tale esito, che non consente a questa
famiglia di uscire da una condizione chiaramente borghese,
non sminuisce il significato della sua storia e il suo valore
paradigmatico, in riferimento al profilo che questo ceto sociale
assume nell'Umbria di fine Ottocento, ma anche nei decenni
successivi.
Per comprendere episodi e processi storici dell'età
contemporanea, attraverso la particolare chiave di lettura
offerta dai percorsi delle dinastie protagoniste delle trasformazioni
di una determinata società, è indispensabile
raccordare le biografie dei singoli personaggi, in una prospettiva
di lungo periodo, non solo con i maggiori eventi politici
e con le trame economiche dello spazio territoriale di riferimento,
ma anche con le vicende private dello stesso casato. In riferimento
ai Sereni, tale operazione è risultata particolarmente
difficile, in quanto non si dispone di un archivio familiare.
L'individuazione di quel "filo rosso" che, tra avvenimenti
pubblici e privati, lega le dinastie eminenti al territorio
locale, consentendo di sviluppare un punto d'osservazione
utile per comprendere le dinamiche dei piccoli spazi, ma anche
le articolazioni della storia nazionale, si è realizzata
attraverso altri canali. Numerose, infatti, sono le pubblicazioni,
non sempre facilmente reperibili, realizzate dai vari esponenti
della famiglia su singoli luoghi o personaggi del Perugino.
La fonte principale dell'intera ricerca è rappresentata
dal libro di memorie redatto da Vincenzo Sereni (1831-1914)
alla fine dell'Ottocento e dato alle stampe nel corso degli
anni trenta del secolo successivo da suo figlio Antonio7.
È evidente come la scrittura di questo diario e il
momento scelto per la sua pubblicazione non siano del tutto
casuali, ma vadano ad assumere un preciso significato, corrispondente
al desiderio di fornire una precisa immagine dei Sereni, della
loro importanza e del loro ruolo, in altrettanti fasi nodali
della storia di Perugia e di quella nazionale, alle quali
sono inevitabilmente intrecciate le vicende private della
famiglia. Come già evidenziato, la prima fase corrisponde
alla definitiva affermazione dei Sereni nell'ambito del ceto
dirigente perugino. In tal senso, la ricostruzione della loro
storia effettuata nel diario potrebbe avere il valore di una
sostanziale legittimazione, nel momento in cui il percorso
d'ascesa sociale della famiglia non si conclude con l'ottenimento
di un titolo nobiliare. Come in questo caso, anche la successiva
pubblicazione del diario potrebbe avere una duplice valenza,
pubblica e privata. Le memorie del notabile Vincenzo escono,
infatti, a conclusione dell'intero percorso politico ed economico
dei Sereni, a cura del figlio Antonio, quando l'estinzione
della dinastia è ormai un dato certo. Dare alle stampe
il libro di famiglia significa, quindi, non perdere completamente
la sua memoria e, nello stesso tempo, offrire alla piccola
Lucia Di Renzo, adottata da Antonio nel 1915, una sorta di
"faro" nella costruzione di una vita sulla quale,
inevitabilmente, pesa l'intera storia dei Sereni.
Le memorie autobiografiche di Vincenzo, inoltre, nella sua
dimensione di moderato conservatore, sono all'insegna dei
valori e degli ideali del Risorgimento. Non a caso, nella
prefazione al volume, che si deve a Giustiniano Degli Azzi
Vitelleschi, tra i maggiori studiosi, in Umbria, del processo
risorgimentale8,
si riporta un significativo passaggio inedito dello stesso
Vincenzo Sereni, nel quale egli fornisce una puntuale definizione
delle sue idee politiche:
io sono conservatore, ma conservatore e liberale ad un tempo.
Appartenni e appartengo a quella Scuola che si propone l'armonia
della Religione e della Patria, che stima aver conseguito
il massimo dei beni sociali col conseguimento della indipendenza
e dell'unità, e non sognammo giammai una restaurazione
di Governo Papale. Che Iddio ne liberi sempre anche i nostri
nepoti e bisnepoti! Insomma, i nostri maestri sono il Rosmini,
il Gioberti, il D'Azeglio, il Manzoni, il Capponi, il Mamiani
ed il Giusti e gli altri moltissimi che resero splendida,
stupenda, meravigliosa la rivoluzione del 1848, guastata più
tardi e corrotta dalle nequizie dei partiti popolari9.
Nel 1865, in qualità di "consultore", Vincenzo
partecipa anche alla fondazione del giornale democratico e
anticlericale "La Sveglia", diretto da Raffaele
Erculei e che si avvale della collaborazione di Annibale Vecchi10,
Carlo Sertori e Tommaso Rossi. Fare riferimento a questi personaggi,
ai valori che interpretano e al Risorgimento umbro11,
in una prospettiva di storia familiare dal forte carattere
privato, ma intimamente legata alle vicende della società
perugina di fine Ottocento, per Antonio Sereni significa anche
prendere le distanze dalla vita pubblica degli anni trenta,
interpretata solo attraverso quel forte impegno sociale già
evidenziato. Del resto, Antonio non si iscrive mai al fascismo,
rifiutando costantemente le onorificenze e i titoli che gli
vengono offerti12.
Note
1 Come riferimento generale di questo
contesto, si rimanda ad Alberto Grohmann, L'unificazione,
in Id., Perugia, Roma-Bari, Laterza, 1990, pp. 3-57,
e a Renato Covino, Dall'Umbria verde all'Umbria rossa,
in Storia d'Italia. Le regioni dall'Unità a oggi.
L'Umbria, a cura di Renato Covino e Giampaolo Gallo, Torino,
Einaudi, 1989, pp. 507-605. [up]
2 Nei primi tre capitoli di questo lavoro
si riprendono e si ampliano alcuni saggi già editi,
che rappresentano il contesto all'interno del quale si colloca
la vicenda della famiglia Sereni. Si veda, in particolare:
Augusto Ciuffetti, La nobiltà dall'Ancien Régime
all'età contemporanea. Appunti sulle dinamiche familiari
in area umbra, in "Il Risorgimento", L (1998),
n. 1, pp. 5-24; Id., Nobili e ceti dirigenti nell'Umbria
contemporanea, in Fabio Facchini, La famiglia Faina:
tre secoli di storia, Todi, Publimedia, 2000, pp. 9-34;
Augusto Ciuffetti e Renato Covino, Nobili, notabili e terra
in Umbria tra Stato Pontificio e Stato unitario, 1830-1880,
in Le Italie dei notabili: il punto della situazione,
a cura di Luigi Ponziani, in "Abruzzo contemporaneo",
n. 10-11, 2000, pp. 497-506; Augusto Ciuffetti, Dalle aristocrazie
alle borghesie terriere: famiglie e territorio a Marsciano
in età moderna e contemporanea, in "Bollettino
della Deputazione di storia patria per l'Umbria", XCIX
(2002), n. 1, pp. 291-320; Id., L'ascesa della borghesia
in Umbria nel XIX secolo, in "Proposte e ricerche",
n. 59, 2007, pp. 110-125; Id., Terra e famiglia. Dinastie
aristocratiche e borghesi in Umbria tra Otto e Novecento,
in Nobili e borghesi nel tramonto dello Stato Pontificio,
a cura di Giacomina Nenci, in "Roma moderna e contemporanea",
XVI (2008), n. 1, pp. 183-208. [up]
3 Grohmann, L'unificazione cit.
(a nota 1), pp. 37-57. Più in generale, sull'economia
di Perugia e dell'Umbria e sulla sua evoluzione in età
contemporanea, si rimanda a Id., Aspetti economici e insediativi
di una regione tra XIX e XX secolo: l'Umbria, in Studi
in onore di Ciro Manca, a cura di Donatella Strangio,
Padova, CEDAM, 2000, pp. 251-272, e ai precedenti saggi di
Renato Covino, Giampaolo Gallo, Luigi Tittarelli e Gernot
Wapler, Economia, società e territorio, in Alberto
Grohmann, Perugia cit. (a nota 1), pp. 59-168, e di Giampaolo
Gallo, Tipologia dell'industria ed esperienze d'impresa
in una regione agricola, in Storia d'Italia. Le regioni
dall'Unità a oggi. L'Umbria cit. (a nota 1), pp.
341-448. [up]
4 Sul ceto imprenditoriale protagonista
dello sviluppo industriale di Terni esiste, ormai, un'ampia
bibliografia. Tra i lavori più recenti, si veda Renato
Covino, Nascita e sviluppo di un'impresa. L'Acciaieria
di Terni: uomini, progetti e tipologie d'impresa, in Le
Acciaierie di Terni, a cura di Renato Covino e Gino Papuli,
Milano, Electa/Editori Umbri Associati, 1998, pp. 19-35, e
Id., Tecnici e imprenditori europei a Terni nell'Ottocento,
in L'Umbria e l'Europa nell'Ottocento, a cura di Stefania
Magliani, Roma, Edizioni dell'Ateneo, 2003, pp. 105-118. [up]
5 Si veda Raffaele Romanelli, Sullo
studio delle borghesie ottocentesche, in Le borghesie
dell'Ottocento, a cura di Alfio Signorelli, Messina, Sicania,
1988, pp. 9-46; Id., Borghesia/Bürgertum/Bourgeoisie:
itinerari europei di un concetto, in Borghesie europee
dell'Ottocento, a cura di Jürgen Kocka, Venezia,
Marsilio, 1989, pp. 69-94; Marco Meriggi, La borghesia
italiana, ivi, pp. 161-185; Luciano Cafagna, Borghesia,
in Enciclopedia delle scienze sociali, vol. I, Roma,
Istituto della Enciclopedia Italiana, 1991, pp. 542-562; Alberto
M. Banti, Storia della borghesia italiana. L'età
liberale, Roma, Donzelli, 1996. [up]
6 Si veda Alfio Signorelli, I notabili:
appunti sull'uso storiografico di una categoria incerta,
in Le Italie dei notabili cit. (a nota 2), pp. 19-46,
ma anche Stefano Levati, Notabili ed élites nell'Italia
napoleonica: acquisizioni storiografiche e prospettive di
ricerca, in "Società e storia", n. 100-101,
2003, pp. 387-406. [up]
7 Vincenzo Sereni, Memorie autobiografiche,
a cura di Antonio Sereni, Perugia, Tip. Guerra, 1934. [up]
8 Con la sua vasta opera storiografica,
Giustiniano Degli Azzi Vitelleschi (1874-1960) si riallaccia
alla tradizione degli eruditi cittadini che a Perugia annovera
personaggi come Annibale Mariotti, Giuseppe Belforti, Giovanni
Battista Vermiglioli, Adamo Rossi. Collaboratore della Deputazione
di storia patria per l'Umbria, Giustiniano Degli Azzi è
anche tra i fondatori de "L'Archivio storico del Risorgimento
umbro". Segretario della Commissione araldica toscana
dal 1907 al 1918, egli dà un contributo fondamentale
anche alla realizzazione dell'Enciclopedia storico-nobiliare
diretta da Vittorio Spreti. La sua vastissima produzione,
che comprende 90 titoli, si colloca tra il 1895 e il 1936.
La prefazione e le note per il volume autobiografico di Vincenzo
Sereni sono tra i suoi ultimi lavori. In riferimento alla
storia del Risorgimento umbro, tra le pubblicazioni più
importanti di Giustiniano Degli Azzi Vitelleschi, si veda
L'insurrezione e le stragi di Perugia del Giugno 1859,
Perugia, Bartelli, 1909; Per la liberazione di Perugia
e dell'Umbria, Perugia, Bartelli, 1910; Gli Umbri decorati
per le Campagne del Veneto e di Roma, Perugia, Bartelli,
1911; Gli Umbri nelle Assemblee della Patria (1798-1849),
Perugia, Bartelli, 1912; Gli Umbri nelle Campagne francesi
e napoleoniche, Perugia, Bartelli, 1913.
Sulla sua figura e sugli studi storici a Perugia all'inizio
del Novecento, si veda Fabrizio Bracco e Erminia Irace, La
cultura, in Grohmann, Perugia cit. (a nota 1), pp. 362-367.[up]
9 Giustiniano Degli Azzi Vitelleschi,
Prefazione, a Vincenzo Sereni, Memorie autobiografiche
cit. (a nota 7), p. IV. [up]
10 Annibale Vecchi, mazziniano, dopo
la caduta della Repubblica romana partecipa attivamente alle
cospirazioni liberali dell'Italia centrale. In occasione del
moto rivoluzionario del giugno 1859 gli viene affidato l'incarico
di direttore della Pubblica Sicurezza. Costretto a fuggire
in Toscana e poi in Piemonte, egli rientra a Perugia per assumere,
nel 1861, la cattedra di farmacia nell'Università cittadina.
[up]
11 La bibliografia sul Risorgimento
umbro è vastissima. Tra i lavori più recenti,
si veda Gian Biagio Furiozzi, L'Umbria nel Risorgimento,
Perugia, Edizioni Era Nuova, 2002. [up]
12 Queste informazioni si devono
ad Andrea Fasola Bologna, figlio della Lucia adottata da Antonio
Sereni; testimonianza orale raccolta il 9 novembre 2008. [up]
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