Produzione editoriale - collane

I Pamphlet

Edizione 2005
pp. XII+321
euro 20,00
ISBN
88-87288-47-X

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Recensione

Francesco Mandarini
Scritti a perdere

Prefazione
Una leggenda metropolitana della modernità racconta che Achille Occhetto, segretario del PCI, nel suo viaggio negli Stati Uniti alla fine degli anni '80, di fronte alle meraviglie dei grattacieli di New York, rifletté a lungo e decise di sciogliere il PCI: l'imperativo divenne andare celermente oltre la storia conosciuta della sinistra italiana. Il nuovo iniziò ad avanzare. Con molte ragioni si può sostenere che il PCI e gran parte dei comunisti italiani fossero a quel tempo in grave ritardo rispetto alla percezione del disastro imminente del blocco sovietico e, di conseguenza, salutarono la scelta occhettiana come un atto coraggioso e liberatorio.
Le annotazioni contenute nella raccolta di articoli del libro hanno complessivamente origine da quella scelta che, consapevolmente o no, ha determinato l'accelerazione del processo di americanizzazione della società italiana. L'americanizzazione dell'Italia ha origini più antiche del nuovismo di Occhetto. Molto del modo di essere e di sentire degli States era da tempo presente nel senso comune del popolo italiano, anche di quello di sinistra. Non ci affascinavano i piani quinquennali del blocco sovietico; piuttosto l'interesse dei gruppi dirigenti più giovani era rivolto al “New Deal” di F.D. Roosevelt. D'altro canto la grande lezione di Antonio Gramsci di “Americanismo e Fordismo” faceva parte da sempre del comune sentire, ad ogni livello, della classe dirigente comunista. Era tanto forte la sensibilità verso gli USA che in molti giovani di allora, di fronte alle ignominie delle diverse amministrazioni americane, continuava a prevalere la speranza “nell'altra America”, l'America della debole sinistra che combatteva contro la guerra in Vietnam ed esportava le straordinarie musiche nate da Woody Guthrie e globalizzate da Bob Dylan e Joan Baez.
Il cinema, la letteratura ed anche quel miraggio della “nuova frontiera” del sogno americano permeavano la società italiana, compresa quella che pensava possibile la costruzione del socialismo nell'Occidente capitalistico. Il nostro era appunto un sogno, un desiderio che non ci faceva dimenticare la qualità politica del sistema democratico italiano uscito dalla lotta di liberazione: eravamo certi che la natura della democrazia italiana fosse tale da consentire la costruzione di una società diversa. L'America ci affascinava, ma sentivamo che la nostra Carta Costituzionale era un terreno più avanzato della democrazia americana e che compito della sinistra italiana era quello di costruire una società più giusta e non quello di imitare altri Paesi.
E' contro quel sistema incentrato su grandi organizzazioni di massa (partiti, sindacati, associazioni sociali e culturali) che si sono mosse le forze della “grande riforma”. La governabilità è diventata la parola magica. La sistematica distruzione del sistema politico uscito dalla guerra di liberazione fu iniziato dal craxismo e continuato dall'occhettismo con i suoi fans di ogni colore e latitudine politica. In nome di una modernità mal compresa si sono rimossi valori e ideali che pur avrebbero permesso di comprendere problemi e bisogni che le innovazioni culturali e materiali in atto enfatizzavano. La modernità è stata vissuta come subalternità assoluta all'ideologia delle classi dominanti. In nome di un indefinito nuovo si sono lasciati, per anni e anni, senza sponde politiche i pur interessanti movimenti giovanili tutti impegnati in un volontariato spezzettato e lontano dalla politica.
Il lavoro concepito in quegli anni è giunto a buon punto. Dopo la modifica del titolo quinto della Costituzione, voluto e imposto dal centrosinistra nella passata legislatura, si può dire che la Repubblica Italiana è divenuta altra cosa. La destra berlusconiana sta completando il quadro con la controriforma federalista approvata dal Parlamento.
L'indifferenza rispetto ai vincoli dell'articolo 11 della Costituzione rende emblematica la volontà revisionista del centrosinistra italiano rispetto ad una delle carte statutarie più avanzate dell'Occidente. Per i riformisti è cessato il tabù della guerra. Il ripudio fissato con chiarezza nella Carta del '47 è superato. La guerra può essere umanitaria.
L'aver messo fine ad una radicata tradizione politica, come quella italiana incentrata sui partiti di massa, è stato un contributo straordinario alla omologazione al sistema americano in cui, come è noto, la personalizzazione della lotta politica e quindi lo spettacolo la fanno da padroni.
Anche noi ci siamo abituati a valutare le idee politiche in rapporto all'appeal dei singoli leader. I salotti televisivi sono quanto di più diseducativo alla lotta politica ci possa essere, ma sono ambienti amati da Rutelli e soci.
E i capi della marea di partiti e partitini cresciuti in questi anni, grazie al sistema elettorale maggioritario, rappresentano un formidabile stimolo alla fuga da tutto ciò che ricorda la politica. Il nuovo che è avanzato in questi anni nel sistema democratico somiglia molto poco ad una democrazia progredita. Si è consolidato un vuoto di rappresentanza sociale e culturale enorme. Un vuoto costruito con volontà inossidabile in nome della governabilità di un ceto politico completamente autoreferenziale. La politica è divenuta un mondo a parte. Il sogno sono i palloncini colorati delle convention del Partito Democratico americano.
La raccolta di articoli del libro riguarda, essenzialmente, fatti locali ma inseriti in un contesto in cui tutto si tiene. Il berlusconismo va assieme al blairismo dei riformisti italiani ed anche dal banale atto amministrativo compiuto da un ente locale umbro si può risalire al dominio della visione economicista nella gestione del potere. E' palpabile la subalternità ideologica al pensiero liberista. Se si prescinde da Rifondazione non c'è dirigente politico della sinistra che non abbia in testa il pareggio di bilancio e che non sia innamorato del mercato e delle privatizzazioni. Non si sostiene che la sanità umbra è buona perché si curano i malati meglio che nel Lazio, ma perché i conti in Umbria tornano a differenza di quelli gestiti da Storace. L'ideologia monetarista, a volte liberista, domina incontrastata nel modo di essere del centrosinistra italiano. Il linguaggio usato e le scelte amministrative compiute sono sostanzialmente l'accettazione di un mondo gestito dall'economia e dalle direttive del Fondo Monetario Internazionale. Si è tentato di aziendalizzare ogni aspetto della società italiana. Aziende sanitarie, autonomia aziendale della scuola e dell'università: la privatizzazione di tutti i beni pubblici rappresentano il nuovo orizzonte che ha sostituito il sole dell'avvenire. I manager sono i nuovi guru.
Trattandosi di una classe politica formatosi negli anni della prima repubblica il salto ideologico è stato di grande rilevanza ed è stato compiuto con smisurata determinazione. Per agire coerentemente con la nuova verità è stato necessario, negli anni, aggredire le forme della democrazia previste dal dettato costituzionale. Ed è proprio nelle scelte del sistema politico che la sinistra riformista ha dato il meglio di sé.
Non ricordo bene quanti referendum contro il sistema elettorale proporzionale si sono svolti in questi anni, diversi comunque e promossi sempre con l'accordo della sinistra riformista. Ed è certo che la scelta strategica degli ulivisti, e non solo, è quella di impedire in ogni caso che venga meno il meccanismo elettorale che assegna la scelta degli eletti alle oligarchie al potere nei partiti leggeri. La feudalizzazione del ceto politico è divenuta il modello organizzativo di tutti i partiti esattamente come è successo da anni in tutto il mondo anglosassone. Il lobbismo diviene lo strumento dell'organizzazione del consenso che, unito all'enfasi sul ruolo dei mass-media, ha confinato la politica in un mondo a parte. L'astensionismo tende a consolidarsi negli anni.
Lo svuotamento di tutte le assemblee elettive è stata una scelta dei riformisti sostenuta dalla destra politica e dal mondo dell'economia, nell'indifferenza del sindacato. Cofferati è da sempre un convinto sostenitore del sistema politico vigente e la questione della rappresentanza non sembra angosciare più di tanto la stessa intellettualità di sinistra. Eleggere direttamente il sindaco può essere forse buona cosa. è però certamente intollerabile che venga assegnato al sindaco il totale esercizio della rappresentanza amministrativa e politica di una comunità. Non esiste un sistema di pesi e contrappesi: un solo uomo o una sola donna al comando e spesso non si tratta di personaggi del valore di Fausto Coppi. Non abbiamo più un governo collettivo della comunità, ma riconosciamo al leader eletto il potere assoluto nella gestione degli affari pubblici. Il paradosso sta nel fatto che la competenza amministrativa reale è interamente concentrata negli apparati burocratici che, per volere dell'onorevole Bassanini, detengono la possibilità di compiere o meno una scelta amministrativa. Ed è palpabile la scomparsa dall'orizzonte del ceto politico al potere di un qualsiasi rapporto con un progetto generale di trasformazione del mondo così come lo si conosce nella nostra quotidianità. Galleggiare nell'esistente. è questo il modo di essere della classe dirigente politica. Il rincorrere il modello politico americano ha, alla fine, costruito un sistema istituzionale paradossale. Un impianto che esiste soltanto nel nostro Paese.
In Italia sono in funzione già sei sistemi elettorali diversi. Grazie alla genialità dei “costituenti riformisti” la riforma federale dello Stato assegna ad ogni ente Regione la possibilità di dotarsi di un proprio sistema elettorale. è in costruzione un groviglio di leggi elettorali incomprensibili al comune cittadino e spesso anche agli addetti ai lavori. Per creare un sistema politico così mostruoso non si capisce se abbia prevalso l'incompetenza, la stupidità o la semplice arroganza. Quello che è certo è l'unicità del nostro sistema. Dove si elegge direttamente il governatore, come negli Stati Uniti, le assemblee degli Stati sono elette a parte e la loro vita non dipende dalla benevolenza del governatore. Nemmeno il presidente degli USA ha il potere di sciogliere la Camera dei Rappresentanti. In Italia i presidenti di Regione avranno questo potere. Non è assurdo? Eppure le voci contrarie al presidenzialismo sono state poche e marginale è stato, dentro i partiti, il dibattito attorno all'irrefrenabile deriva plebiscitaria che il presidenzialismo comporta.
La stessa discussione all'interno della sinistra “radicale” non sembra attratta molto dalla tematica del sistema politico come conseguenza delle scelte legislative degli ultimi dieci anni dei riformisti nostrani. Perché questo silenzio e questa sottovalutazione?
Molti ormai sono gli studiosi che affrontano la ricerca delle ragioni della crisi della politica e della democrazia. Non è casuale che rarissimamente un politico di professione si spericoli in qualche elaborazione teorica. Quando un dirigente di un partito scrive un libro è certo che si tratta di una autobiografia. Sapere che Caio ha avuto sempre una visione riformista del mondo serve a qualcosa? Caio votava continuamente a favore della relazione in comitato centrale, ma ora sappiamo che lo faceva per il bene supremo dell'unità del partito.
I partiti non hanno più alcuno strumento di dibattito politico, né teorico né programmatico. Scomparsi settimanali, mensili, case editrici, le idee e le elaborazioni politiche sono confinate in qualche dibattito televisivo e nelle interviste ai giornali.
Tutto ciò ha una logica. Se il fare politica è la pura gestione dell'esistente soltanto qualche intellettuale è interessato ad analisi ed elaborazioni che prescindono dalla concretezza della scelta amministrativa e dal rispetto dei vincoli del monetarismo.
La pochezza della cultura politica espressa dall'attuale ceto dirigente ha una spiegazione abbastanza semplice. La scomparsa dei partiti di massa ha comportato anche il superamento dell'intellettuale organico. Si è smarrita la lezione gramsciana sul ruolo degli intellettuali nel processo di formazione delle classi dirigenti. Non c'è più un partito come intellettuale collettivo. Scompare il bisogno di una teoria politica da sperimentare nella concreta attività del partito. Prevalgono altre esigenze ed altre “professionalità”. Oggi è leader colui che “buca” lo schermo televisivo al di là delle sue qualità politiche e dei suoi rapporti di massa. I pochi intellettuali “impegnati” sono più apprezzati per la loro accondiscendenza ai potentati politici che non per le loro nascoste doti di cultura politica.
Il partito politico è divenuto l'organizzatore del consenso attorno al candidato e strumento di riproduzione degli stessi dirigenti al potere. E in questo processo il suo ruolo si esaurisce. Anche questo è una forma di americanizzazione. I leader del centrosinistra, affascinati dalla democrazia americana, sanno bene che il ricambio nella classe politica in quel grande Paese è lentissimo. E' noto che gran parte dei senatori o dei membri della Camera dei Rappresentanti mantiene il seggio per una esistenza intera. Poche storie si sono detti: si consolidi anche in Italia quel metodo ottocentesco del collegio a vita. Alternanza al governo, ma il ceto politico deve rimanere stabile come in un eterno presente, senza passato e senza futuro.
Se si analizza la classe dirigente in Umbria si potrà verificare quanto sia stato ridotto il processo di rinnovamento all'interno dei partiti e delle forze che gestiscono la pubblica amministrazione. Uno zoccolo duro di dirigenti della sinistra è al potere, in forme diverse, da oltre venti anni ed intende rimanerci per altri venti. Si tratta di personale politico sperimentato in molte circostanze e attività che ha avuto la ventura di essere contrastato in questo decennio dai berluscones. Per vincere nelle elezioni amministrative non è richiesta capacità innovativa di alcun genere, basta la debolezza dei competitors. Gli uomini e le donne del Cavaliere plastificato hanno tanta buona volontà, ma non sanno bene che significa avere rapporti di massa. Essenzialmente il centrodestra si è ben adattato ad un sistema che garantisce una lunga vita politica a tutti gli addetti ai lavori. Lo schema di legge elettorale regionale esemplifica bene questo sforzo bipartisan di pensare prima di tutto alla propria rielezione. Il generoso sacrificio della casta politica di ogni colore per l'interesse pubblico è una certezza anche per il futuro.
Sulla qualità della nostra classe dirigente il parere non è univoco. Personalmente ritengo che siano in campo quadri di buon profilo amministrativo, alcuni di ottima qualità nel gestire dell'esistente. Chiedere creatività sembrerebbe una pretesta massimalista. Tranquilli comunque, l'immaginazione non è al potere.
Quello che sembra evidente è la mancanza di un gruppo dirigente di valenza regionale. Prevale la rappresentanza territoriale ed è al suo bacino elettorale che va l'attenzione del dirigente, non ad altro.
Certamente l'ufficio quadri del partito pesante poteva essere un'aberrazione, ma che non ci sia più alcuno che pensi al di là della propria carriera politica, è una degenerazione grave. Le eccezioni confermano la regola. La feudalizzazione della rappresentanza produce distorsioni gravissime, ma nessuno sembra accorgersene.
Se c'è una coerenza negli scritti del libro, essa va ricercata in questo sforzo di capire perché in una regione intelligente e politicamente colta come l'Umbria, in questi anni difficili, non ci siano state forze, all'interno dei partiti o nella cultura democratica, capaci di impedire l'omologazione ai processi degenerativi della democrazia rappresentativa imposti dai liberisti del mondo.
Forse quelle che seguono sono invece semplici annotazioni che rappresentano una sorta di elaborazione del lutto per la scomparsa di una comunità politica, di un'utopia socialista: quella della sinistra che sognava e lavorava per una società socialmente diversa, più democratica e giusta di quella che volevano i gruppi dirigenti del Paese.
Nel libro non c'è in ogni caso nostalgia per il bel tempo passato. È il passato che ha prodotto questo presente così vuoto di speranza e fiducia. E poi anche la nostalgia non sarebbe stata più quella di un tempo. ( f.m.)

Settembre 2004