Produzione editoriale

Pubblicazioni dell'Istituto per la Storia e la Cultura d'Impresa (ICSIM)

Edizione 2000
pp. 56
euro 4,13
ISBN 88-87288-09-7
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Relazione sulla Miniera di Ferro di Monteleone e Ferriera di Terni presentata dal Cit. Scipione Breislak Ispettore de' lavori mineralogici della Rep. Romana al Cit. Toriglioni Ministro dell'Interno, Roma, Presso il Cittadino Vincenzo Poggioli Stampatore dell'istituto Nazionale, Anno VI Repubblicano (edizione anastatica)

Presentazione
di Vincenzo Pirro

La vocazione industriale di Terni è iscritta nella postura di questa città e nella stragrande abbondanza delle acque di che può valersi”(1).
È vocazione che si manifesta precocemente e si indirizza verso la lavorazione delferro. Il lavoro, umanizzando le potenti forze della natura, converte le specialità di Temi, ossia ilfattore topografico e quello idrodinamico, in processo culturale e storico.
Fin dal 1580 alcuni 'speculatori' lombardi chiesero e ottennero dal Comune di Terni di erigere efarfunzionare un Opificio per il depuramento e la lavorazione del ferro. Non si sa con precisione se la ferriera venne poi realizzata e attivata, né da dove si rifornì eventualmente delle materie prime(2), quel che importa notare è che il territorio ternano ebbe una forza d'attrazione sugli imprenditori “forestieri” già agli inizi dialetti moderna.
Tra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento, lo Stato pontificio cercò di creare un'industria metallurgica autosufficiente, ossia alimentata dal minerale estratto entro i confini nazionali. Per questo procurò di sfruttare la Miniera di Monteleone di Spoleto, presso cui venne anche installato un forno fusorio alimentato da carbone di legna e ventilato da una caduta d'acqua derivata dal fiume Corno.
L'esercizio della miniera e della magona continuò fino al 1703, allorché un terremoto in Valnerina ne danneggiò gli impianti e gli edifici.
Solo alla fine del Settecento il Governo pontificio, per evitare l'esaurimento della produzione siderurgica, decise di riattivare la miniera e la ferriera di Monteleone di Spoleto. Nel 1790, infatti, Pio VI, pontefice riformatore, diede incarico a Filippo Carandini, prefetto della Congregazione del Buon Governo, di riprendere l'attività estrattiva e fusoria a Monteleone, ripristinando gli impianti(3).
Quasi contemporaneamente il papa affidò al Carandini anche il compito di costruire a Terni una ferriera, quasi a riprendere una tradizione metallurgica che risale al Cinquecento.
L'insediamento produttivo sorse presso il ponte di Sesto (poi detto di Garibaldi), alimentato da un canale derivato dal Nera (l'antico canale Pantano), che forniva otto metri cubi di acqua al secondo. La ferriera di Terni era collegata alla miniera di Monteleone che forniva la materia prima, il cosiddetto ferraccio, da cui venivano ricavati oggetti e utensili di uso quotidiano.
Nel 1794 il Carandini concesse la miniera e la ferriera in affitto a un imprenditore ternano, il marchese Marcello Sciamanna, che investì nell'impresa un ingente capitale, soprattutto per riparare la paratia sul fiume Corno soggetta a continui crolli.
Il primo trattamento del ferro avveniva presso la miniera di Monteleone, in tre fasi: l’“abbrustolitura” , ossia un principio di fusione su cataste di legna; la “lavanda”, ossia la separazione della terra dal minerale mediante getti di acqua; infine la fusione nel forno a carbone. In quest'ultima operazione, che aveva la durata di 8 mesi, si consumavano nelforno tre milioni di libbre di minerale e si estraeva circa un milione di ferro fuso.
Quindi il minerale, attraverso la cosiddetta “via delferro”(4), veniva trasferito su carri alla ferriera di Terni, ove era di nuovo fuso e battuto sotto i magli per eliminarne le scorie e renderlo idoneo alle lavorazioni successive.
Nella ferriera erano installati tre magli e tre fucinali messi in movimento immediato da “rotoni” idraulici in legno. Il ferraccio, sotto le forge, subiva una grandissima perdita, pari al 30 per 100. Proprio il basso rendimento della ferriera, dovuto all'eccessiva presenza del carbonio nel ferro, rendeva antieconomica l'impresa. Tanto che, nell'aprile del 1797, lo Sciamanna ottenne dal papa la riduzione del canone d'affitto e poi la sua sospensione.
La ripresa delle guerre napoleoniche nei territori dello Stato pontificio creò una situazione politica nuova, dagli importanti risvolti economici.
Nel gennaio del 1798 Alessandro Berthier, luogotenente di Napoleone, con un esercito franco-cisalpino si spinse dalla Valle Padana nelle Marche e nell'Umbria, diretto a Roma. Il 15 febbraio il generale francese, salito sul Campidoglio, dichiarò decaduto il potere temporale della Chiesa e ristabilita l'antica Repubblica Romana.
Terni, con il resto dell’Umbria, fu coinvolta nella rivoluzione portata dai Francesi ed entrò a far parte del nuovo Stato repubblicano creato dall’“invitta e gloriosa Nazione Francese” non solo con la forza delle armi ma anche delle idee. Quello che accadde a Terni nel biennio 1798-99 è comune all'Italia giacobina. Anche qui la logica rivoluzionaria sconfinò nella logica imperialistica, la liberazione si convertì in occupazione e sfruttamento. Anche qui la surrealtà ideologica, tipica della mentalità illuministica, mascherò interessi di potenza e alimentò la guerra di conquista(5).
L'iniziativa del Ministro Toriglioni di rendere efficienti e produttive la miniera di Monteleone e la ferriera di Terni, nell'estate del ‘98, rispondeva all'urgente bisogno di ferro della Repubblica Romana, dietro la quale però agiva il Direttorio francese che sfruttava le risorse locali, utilizzando abilmente l'arte della propaganda ideologica al fine di giustificare la politica di rapina.
Essa viene presentata come un'operazione tecnica e finanziaria di tipo razionale e moderno, in contrasto con i metodi antieconomici e irrazionali del governo pontificio; come esempio di democrazia e di trasparenza economica da contrapporre all'autoritarismo dei cardinali (i“rossi Mamalucchi dell'Italia”) e All’arbitrio del papa (il “despota di Roma”). E intanto i Francesi, con l'appoggio dei “patrioti” e dei “giacobini” locali, per mantenere l’Armata e finanziare la guerra della Francia contro la coalizione europea, imponevano alla piccola comunità di Terni, come alle altre popolazioni della Repubblica Romana, restrizioni politiche ed imposizioni fiscali che colpivano indiscriminatamente tutti i ceti sociali, provocando un generale scontento che nelle campagne assunse la forma dell’insorgenza antifrancese.
Il Cittadino Scipione Breislak, ispettore dei lavori mineralogici della Repubblica Romana, dopo un accurato sopralluogo a Monteleone e a Terni, redige una dettagliata relazione tecnica e insieme politica, che sente il bisogno di pubblicare a stampa per due fondamentali ragioni: “1° perché nella Democrazia è bene che ogni cittadino sia informato degli affari della sua Patria, sia invitato a somministrate i suoi lumi, e più di tutto è bene che i conteggi siano pubblici; 2° affinché la nazione, istruita sempre più nelle scelleraggini dei suoi passati despoti, sia maggiormente penetrata di gratitudine verso i suoi liberatori e conosca il pregio di quella libertà che gode”.
Parole nobili, come si può vedere, che sono contraddette clamorosamente dai fatti, dall'identificazione del “patriottismo” con l'universalismo alla francese, dallo scambio della libertà dei popoli con la “liberazione” portata dalle armi straniere.
Entrando nel merito della questione, il Breislak denuncia la torbida politica del Carandini (il “porporato Visir”), che, per rifarsi dei cattivi investimenti, avrebbe imposto allo Sciamanna l'affitto della Miniera e della Ferriera ad un prezzo esorbitante, avvalendosi dell'illimitata autorità di cui i cardinali godevano e considerandosi superiore a tutte le formalità legali. Quindi propone di razionalizzare l'impresa, con accorgimenti tecnici ed economie, onde ottenere dalla Miniera e dalla Ferriera un rendimento superiore a quello che avevano avuto fino ad allora.
Per quel che riguarda l’“organizzazione economica” dell'affare, egli suggerisce innanzitutto di ridurre le spese di trasporto, introducendo a Monteleone una semplicissima macchina con una corda tesa dalla cima della montagna alla sua base; in secondo luogo di bandire una gara per l'affitto della miniera e della ferriera, e intanto rinnovare il contratto con lo Sciamanna a un prezzo congruo. Per quel che riguarda gli aspetti tecnici, egli è del parere che la prima cosa è scegliere nell'alveo del fiume Corno un luogo adatto per fissarvi lo sbarramento; la seconda è quella di riservare alla miniera e alla ferriera delle macchie per il rifornimento sicuro della legna; la terza è utilizzare il più possibile legna dolce adatta per le forge, ricorrendo anche al sistema di tagliare gli alberi quando sono privi di foglie e farne il carbone dopo una buona stagionatura.
Ma perché dal progetto si passi all'esecuzione aggiunge il Breislak, che partecipa della moderna cultura d'impresa, è necessario scuotersi dallo "stato d'inerzia " e approfittare dei “lumi delle altre nazioni, che, fornite dalla natura di minori ricchezze territoriali, sono divenute molto più ricche di noi a forza di industria e di studio”.
Il geologo Breislak, che era stato preceduto da un “commissario” nel rendiconto al Governo di Roma sull'andamento dell'industria mineraria e metallurgica di Monteleone e di Terni, mostra di saper unire realismo economico e dottrinarismo politico, senso degli affari e ispirazione ideologica. Egli inserisce i dati tecnici e finanziari, l’analisi retrospettiva e il progetto di modernizzazione dell'industria, in un discorso più ampio sul dispotismo dello Stato clericale e sui benefici della democrazia, con argomenti e toni mutuati dalla filosofia politica della rivoluzione.
Lo stile oratorio della cornice ideologica, con le tipiche concessioni al democratismo giacobino e all'anticlericalismo radicale, non inficia il metodo scientifico, puntiglioso e preciso, anzi gli dà vigore ideale. Il risultato è una sintesi efficace di elementi politici e scientifici, un piccolo capolavoro di arte oratoria, geologia e mineralogia.
A distanza di oltre due secoli, la Relazione sulla Miniera di ferro di Monteleone e Ferriera di Temi, uscita dalla penna di Scipione Breislak, appare un documento prezioso per comprendere il nesso, laico e moderno, tra politica ed economia, cultura borghese e spirito imprenditoriale. Riproporla oggi al grande pubblico nella forma tipografica originaria è un modo di recuperare la memoria del passato, su cui riposa la vita di una comunità, ricostruire la preistoria dell'industria ternana senza forzature retoriche.
è difficile dire quali esiti pratici ebbe il tentativo “repubblicano” di modernizzare la ferriera di Terni. Dalla Relazione si intuisce che l'operazione richiedeva tempi lunghi, inconciliabili con lo stato di guerra, ed è presumibile che, seppure avviata, sia stata interrotta dagli eventi politici e militari culminati coll'abbattimento della Repubblica Romana e la restaurazione pontificia nell'estate del ‘99. Sappiamo solo che la Ferriera sopravvisse alle vicende napoleoniche ed ebbe una storia lunga e travagliata.
Verso la metà dell'Ottocento raggiunse uno sviluppo significativo sotto la direzione tecnica proprio di un francese, l'ingegner Felice Gauthier, che, con la collaborazione di alcuni connazionali, intraprese importanti lavori di trasformazione per quanto riguarda sia gli edifici che i macchinari, seguendo il modello degli stabilimenti di ferraccio che esistevano Oltralpe, tecnologicamente più avanzati(6).
A detta di Lodovico Silvestri, che fu testimone delle novità introdotte nella Ferriera di Terni, “in meno d’un anno – grazie all'ingegnere francese – vi si attivano tre nuovi fucinali, altri e tanti magli, vari Cilindri, un Torno, una Macchina a stantuffo, e quant’altro coi più studiati metodi meccanici si operava in Francia”(7)
Le macchine, disposte in “capaci e comodi ambienti”, attivate da ruote fucinali in ferro, davano un'immagine nuova e moderna della Ferriera di Terni, il più importante insediamento siderurgico dello Stato pontificio, che poteva così andare orgoglioso dei successi in campo industriale(8).
Non fu né il caso né il destino a ristabilire la circolazione di uomini e di idee tra la Francia e Terni dopo circa mezzo secolo, ma il fatale incalzare della rivoluzione industriale che percorreva le vie d'Europa. Tra il Breislak e il Gauthier esiste una continuità ideale.
La Relazione dell'ispettore “giacobino” non rimase sterile, perché aprì l'orizzonte in cui operarono gli imprenditori e i tecnici di formazione positivistica, attenti ai fatti, alle innovazioni tecnologiche, all’organizzazione del lavoro, alle leggi del mercato, che stanno a fondamento della moderna “civiltà del ferro” a cui Terni ha dato un contributo non secondario.

NOTE

1 P. GAROFOLI, Terni e sue specialità, Terni 1856.
2 Cfr. Archeologia industriale e territorio a Terni. Siri, Collestate, Papigno, a cura di G. BOVINI, R. COVINO, M. GIORGINI, Ed. Electa, Perugia 1991, p. 25.
3 Ivi, p. 26.
4 U. SANTI – A. INVERNI, La Valnerina e la Via del Ferro, Perugia 1998.
5 V. PIRRO, Terni nell’età rivoluzionaria e napoleonica, Ed. Thyrus, Arrone 1989.
6 G. PAPULI, L’industria prima e dopo l’Unità, in Storia Illustrata delle città dell'Umbria, Terni, a cura di M. GIORGINI, tomo li, Sellino editore, Milano 1994, p. 334.
7 Storia contemporanea o statistica della città di Terni a tutto il 1858, in appendice alla collezione di MEMORIE STORICHE, Il edizione a cura di E. CIOCCA, Edizioni Thyrus, Temi 1977, p. 774.)
8 “L Album”, anno XIII, Roma 5 settembre 1846.