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Edizione 2005
pp. 144
euro 8,00
ISBN 88-7288-64-X
Indice
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Roberto Monicchia
Il mondo a pezzi. Recensioni per "micropolis"
2001-2005
Il mondo a pezzi raccoglie 40 recensioni pubblicate
sull'inserto umbro de “il manifesto”, “micropolis”, dal settembre
del 2001 all'ottobre 2005.
Raggruppate attorno alle principali tematiche politiche, economiche,
sociali del mondo contemporaneo, le schede sono accomunate
dal tentativo di leggere la realtà oltre le apparenze
e le mode, per contribuire a ridare spessore e autonomia culturale
ad una sinistra che, insieme alla determinazione di cambiare
il mondo, sembra avere gettato via anche la voglia di comprenderlo.
La globalizzazione e la guerra, il declino economico italiano,
la sinistra scompaginata e sconfitta: i pezzi del mondo lacerato
dal neoliberismo attraverso le voci di testimoni, critici,
oppositori. Lo strumento della recensione per interpretare
un tempo ingrato, ma non immobile. Oltre a proporci le domande
su cui la sinistra dovrebbe cominciare ad arrovellarsi, il
libro indica la possibile strada di una nuova centralità
della battaglia culturale, di una politica che non si separa
né dalla società né dalla scienza.
Nota dell'autore
Sono qui raccolti, con minime correzioni, articoli
usciti su “micropolis” – mensile umbro di politica, economia
e cultura, in edicola con “il manifesto” – tra il settembre
2001 e l'ottobre 2005. Queste schede sono nate quasi per caso,
per un'emergenza dell'ultimo minuto. Dopo aver partecipato
ai primi passi di questa impresa editoriale, che adesso ha
raggiunto il decimo anno di vita, ho lasciato Perugia, e giocoforza
allentato i contatti. Allentato, non interrotto. Durante una
conversazione telefonica con uno degli “spiriti guida” del
mensile ho chiesto: e il giornale? Va bene, ma siamo sempre
di corsa. A proposito, hai letto No Logo? Veramente no, ma
intendevo farlo. Perché non lo fai subito e ci mandi
un resoconto? Perché no? Bravo, hai due giorni di tempo.
Con un po' d'ansia e approssimazione ce l'ho fatta – era il
settembre del 2001, non proprio una data qualsiasi, e così
ho riallacciato i legami con questo vecchio gruppo di amici.
A poco a poco la presentazione di un libro su “micropolis”
è diventato un vizio mensile.
A volte scelgo io i libri, altre volte la redazione,
secondo le esigenze del momento, seguendo un filone o per
ispirazione momentanea; spesso si procede per attrazione,
come le ciliegie. Alla mancanza di sistematicità corrisponde
quella di competenze specifiche: di mestiere non sono né
storico, né giornalista, né economista; perciò
sono costretto a procedere con la pazienza e l'attenzione
di un lettore tanto curioso quanto inesperto.
Riordinandolo adesso per questa pubblicazione, mi
accorgo di quanto tale lavoro sia stato importante e utile.
Voglio dire importante e utile per me: scegliere il libro,
leggerlo prendendo qualche appunto, provare a ridarne il senso
“letterale”, stendere una versione allargata comprensiva di
dubbi e interrogativi, ridurla alle dimensioni richieste eliminando
ogni notazione superflua; aggiungere qualche parola, di solito
non più di un breve paragrafo, di commento. Per me
è stato come cercare di afferrare, di tenere qualche
capo dell'ingarbugliata matassa del mondo di oggi. E qualcosa
– poco, ma qualcosa – ho capito.
Intanto mi rendo conto adesso che queste note si
sono raggruppate attorno ad alcuni temi riconoscibili; perciò
ho scelto di presentarle divise per argomenti piuttosto che
in ordine cronologico: è un catalogo degli interessi,
non un atlante sistematico.
Inoltre, procedendo con il lavoro, mi sono accorto
che c'è un filo comune. Ho capito che globalizzazione
o postmoderno sono etichette ambigue (perché generiche)
di una realtà che non è né più
né meno “complessa” (altra etichetta comoda quanto
vacua) di cinquanta o sessanta anni fa. Sono invece le nostre
categorie di interpretazione ad essersi corrose, e non tanto
per esaurimento naturale, quanto per scarso uso e adattamento
da parte nostra.
Penso che in ciò ci sia una ragione materialistica,
che coincide con una considerazione di buon senso: dopo la
fine di una fase di protagonismo politico di massa è
arrivato il crollo di un “pensiero divenuto mondo” (URSS e
dintorni). Per gran parte della sinistra è venuta meno
la possibilità di cambiare la realtà, la voglia
di farlo, perfino la desiderabilità del cambiamento.
Così è sembrato poco importante, faticoso quando
non impossibile, capire il mondo. I nessi dialettici e le
categorie interpretative sono apparsi stantii; la realtà
opaca, oscura.
È come se l'assunto marxiano dell'XI tesi
su Feurbach si fosse riavvolto su se stesso, diventando: “Siccome
il mondo non l'abbiamo cambiato, non ha più senso interpretarlo
diversamente”. In questo senso la tesi della “fine della storia”
(proclamata da Fukuyama all'inizio degli anni '90, ma condivisa
e per così dire praticata da molti anche nel campo
progressista) ha un fondamento tutt'altro che ingenuo, certo
non innocente. In altri termini, quello che per il capitalismo
trionfante si chiama pensiero unico, per una parte dei suoi
(ex) oppositori diventa pensiero superfluo, inutilità
del ragionamento critico.
Come è noto il mondo senza grandi narrazioni
non è gradevole, liscio e senza scosse: si è
dimostrato invece non solo indecifrabile, ma anche feroce,
ingiusto, cinico. Intanto la vecchia talpa non aveva smesso
di scavare: varie forme di contestazione – con protagonisti
vecchi e nuovi soggetti – sono emerse in superficie, e qualche
interprete le ha affiancate e corroborate. Un “altro mondo
possibile” sollecita ancora un volta intelligenza critica,
chiavi di lettura, sapere diffuso. È questa urgenza
teorica e politica che è in discussione, poiché
per molti la “battaglia delle idee” non è un'esigenza
prioritaria.
Eppure, ecco un'altra cosa che ho scoperto, molti
dei critici dell'attuale modello di sviluppo sono “pensatori
unici” pentiti o perplessi, membri influenti dell'establishment.
Non pochi degli autori recensiti hanno questa provenienza;
il bello è che ne emana una spregiudicatezza che non
disdegna né l'approccio storico-dialettico, né
il richiamo a strumenti, quali l'intervento pubblico e lo
stato sociale, che nel dibattito politico appaiono ormai tabù.
Sta qui il principale paradosso che queste schede,
ovviamente nella loro portata circoscritta, scoprono. È
un paradosso spiegabile solo in parte con l'inevitabile scarto
fra cronaca e riflessione, urgenza del calendario politico
e approfondimento. Se intellettuali alieni da ogni estremismo
– come Stiglitz o Krugman – hanno capito e denunciano i trucchi
e i limiti della globalizzazione neoliberista, perché
gran parte della sinistra continua a ritenerne intoccabili
i presupposti culturali e politici?
Dentro questa camicia di forza stanno le contraddizioni
che agitano la sinistra italiana, nelle sue infinite oscillazioni
tra rigorismo senza principi e massimalismo velleitario, tecnica
amministrativa e assenza di progetto, retorica antipolitica
e insofferenza per la partecipazione popolare.
Non è necessario rileggere Gramsci per capire
che questo deficit culturale ha valenza politica, impedisce
una solidificazione di lungo periodo: è sufficiente
vedere quanto ciò incide sulla politica corrente, in
cui (a tutti i livelli territoriali) i vizi dell'approssimazione
e dell'opportunismo appaiono così ben distribuiti nei
vari pezzi della sinistra politica da risultare i suoi tratti
di maggiore unità.
Non dico questo per “chiamarmi fuori”. Vista l'emergenza
democratica rappresentata dall'impresario di Arcore, oggi
non è possibile fare troppo gli schizzinosi. Però
quell'impresario non viene dal nulla, non è il figlio
di un “destino cinico e baro”, e non mi sentirei di considerare
il campo democratico (apparati e opinione pubblica) del tutto
estraneo alla sua ascesa, né del tutto immune dai suo
virus: nuovismo, personalizzazione della politica, leggi elettorali
maggioritarie come rimedio salvifico universale, riempivano
la scena politica molto prima dell'irruzione del signor B.
Già una volta, del resto, ci è stato detto che
liberarsi del Cavaliere era l'opzione indispensabile, poi
ci avrebbero pensato loro (Prodi, D'Alema, Bertinotti). Era
il 1996, e sappiamo come è andata a finire. Per inciso
dieci anno dopo, Prodi, D'Alema e Bertinotti, sono all'incirca
allo stesso posto: alla faccia del nuovismo!
Perciò, ora più che mai il rifiuto
dell'on s'engage et puis on vois è un elemento di ecologia
politica: per impegnarmi voglio vedere, capire, conoscere.
Se non altro per ragioni anagrafiche ritengo di avere il diritto
di non accettare re di Prussia di varie provenienze (e incerte
date di scadenza), senza almeno aver fatto loro un paio di
domande e – al limite – consigliato qualche lettura. Metto
le mani avanti anticipando la critica: questo discorso puzza
di presunzione illuminista. È vero: ma quando – per
fare un solo esempio – in pieno rilancio dell'uso politico-ideologico
reazionario della religione un eminente esponente comunista
(fresco governatore regionale) equipara laicismo e clericalismo
e “spera” nelle aperture di papa Ratzinger, credo che un certo
spirito volterriano sia quasi un dovere.
In altri termini, e fuor di polemica, non pretendo
che l'approfondimento critico sulla realtà sia una
necessità oggettiva del momento: so che per me oggi
è una delle forme possibili di impegno politico. Chi
avrà tempo e voglia sufficienti per leggere queste
pagine, noterà che le domande superano di gran lunga
le risposte. Anche questa non è una scelta di comodo,
ma una constatazione di fatto: oggi già individuare
“ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” è
un esercizio di grande difficoltà e impegno. Ed è
un altro degli elementi comuni che ho trovato in questi libri,
per altri aspetti diversissimi tra loro: la consapevolezza
di dover navigare a vista, scansando molte macerie, con l'acume
e la pazienza che, diceva un vecchio saggio, è una
delle qualità dei rivoluzionari.
Ai compagni di “micropolis” che mi danno questa opportunità
mensile di “orientamento”, mi lega una così lunga consuetudine
politica e intensità di affetti da far suonare troppo
formale la parola gratitudine. Mi auguro invece di poter condividere
con loro tante altre battaglie. E magari di vincerne qualcuna.
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