Produzione editoriale

Pubblicazioni varie

Edizione 2004
pp. 48
euro 6,00 (IVA inclusa)
ISBN 88-87288-35-6
Indice
Presentazione (formato .pdf)
modulo per l'ordinazione

La caccia alle "palombe". Memoria di una tradizione

Presentazione

Renato Riccioni era un uomo di straordinaria vitalità: nel lavoro, nella vita privata e nello svago preferito, la caccia. Molte sono le foto che lo ritraggono sorridente, il cane vicino, il fucile a tracolla e in mano le pernici, le starne o le colombacce.
Renato praticava quasi tutti i tipi di caccia con il fucile, ma prediligeva quello alle colombacce che aveva appreso da giovane, quando, assieme al fratello maggiore Paolo, con energia sgambava e spoggettava per le colline e i boschi verso il Pievese. Erano gli anziani di Tavernelle ad averglielo insegnato, e i contadini che allora numerosi popolavano la zona.
Lui e Paolo ne hanno sempre parlato come di un’arte antica e difficile, che richiede infinita pazienza, instancabile capacità di aggiustamento e grande sensibilità ai segnali provenienti dalla multiforme varietà della natura.
Ne feci personale esperienza durante un soggiorno in Estremadura, una delle località da loro preferite per la caccia da quando le colombacce, che gli umbri chiamano “palombe”, non passano più dalle nostre zone. Il capanno costruito per tempo tra i rami di un leccio e dotato di un complicato congegno di pesi e contrappesi; la scaletta per salirvi adattata alla sinuosità dell’albero per non danneggiarlo; due piccioni posti tra i rami e che, col solo battito d’ali, fungevano da richiamo. Paolo raccontava che, invece del piccione, a volte usava una colombaccia, purché fosse tappata negli occhi per tutto il mese di caccia, e quindi alimentata a mano con semi di favetta e acqua (addirittura il bravo cacciatore riusciva in pochissimo tempo ad alimentarla sputando i semi e l’acqua dalla sua bocca direttamente nel becco aperto dell’animale). Tutto ciò affinché stesse tranquilla e non facesse scappare i suoi simili. Un tempo – raccontava –, per ottenere lo scopo, la suddetta colombaccia veniva invece accecata.
Seguivano ore e anche giorni di attesa, di perlustrazioni, di osservazione dei venti, delle nuvole e dei cambiamenti di colore del cielo. Sparare, alla fine, era quasi una banalità. L’arte stava tutta prima, nello studio e nella preparazione, nel colloquio-competizione con la natura.
Rimasi colpita da quella contraddizione: da un lato la crudeltà dell’uccisione e dell’accecamento dell’uccello-richiamo, dall’altro l’antica sapienza racchiusa in una tradizione fondata sulla conoscenza e sul rispetto degli equilibri della natura. Vedevo il rovescio di quella contraddizione nel mutamento verso l’odierna sensibilità: si ha in orrore la crudeltà insita nell’accecamento e nell’uccisione, ma si è in gran parte indifferenti alle sorti degli equilibri della natura. Anche quando ci si pronuncia contro la loro distruzione, il rapporto con la natura si limita alla contemplazione e non sa più stabilire quella sapiente interazione-competizione propria del vecchio cacciatore.
La caccia, si sa, pur fatta con gli amici, è attività silenziosa. Solo al ritorno esplodevano racconti, grida e ilarità. E le donne di casa cucinavano, anche loro munite di sperimentata sapienza e antica pazienza nei diversi giorni necessari alla mace-razione, nella lunga cottura con le bacche di ginepro, i capperi e le erbe del bosco. Per molti anni il piatto dedicato agli amici e cucinato dalla signora Giulia sono state le colombacce in salmì.
Fu così che tempo fa, durante le mie ricerche d’archivio, mi imbattei in un fascicolo di carte sulla caccia a Perugia negli anni seguenti l’Unità. Ai fini del riordino della caccia da parte del nuovo stato italiano, nel febbraio 1875 il prefetto Mara-motti chiedeva ai sindaci della provincia un rapporto-descrizione sui tipi e modi della caccia nelle loro zone. La risposta inviata dal sindaco di Perugia Ansidei costituisce un documento di grande pregio. Quel mondo di oltre un secolo fa è in gran parte scomparso, ma la “caccia alle co-lombaccie con il fucile” somiglia molto a quanto ho visto e imparato negli anni dell’amicizia con Renato.
A lui è dedicata questa pubblicazione, ricordando la sua vitalità e immaginando di sgambare e spoggettare insieme per le nostre colline.

Luciana Brunelli